The Final Journey

The sliding door of the railway truck closed with a deafening clang

the final journey

 

***ATTENZIONE SPOILER***

Cosi’ inizia il viaggio di Alice, undici anni, quasi dodici. Cosi’ comincia il viaggio di migliaia di Ebrei, vittime della follia nazista.

Non sa niente, Alice. Sa della guerra, ma questo e’ tutto. Crede che i suoi genitori siano andati in clinica a curarsi, Alice. E non li ha piu’ rivisti tornare. Ed ogni volta che domanda ai nonni quando mamma e papa’ torneranno, la loro risposta e’ sempre vaga.

Poi arriva quel giorno in cui uomin in divisa vengono a prenderli, e li trascinano su quel treno. Destinazione sconosciuta.

E’ un libro breve, questo, ma ricco di intensita’. Un libro che si fa fatica a leggere, per alcuni tratti. Si sente quasi lo sferragliare del treno, il rumore sordo delle rotaie. E poi la fame, la sete, il caldo, il terribile olezzo degli escrementi. E poi la morte. Nemica onnipresente, quasi ad annunciare quello che aspetta Alice alla fine di quel viaggio allucinante.

Un viaggio di crescita. Il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, alla consapevolezza dell’orrore, della morte. Sale bambina, Alice, su quel treno. Ci sente quasi donna. Traumatizzata, indurita da quel viaggio all’inferno.

Il finale, aperto, non lascia certo speranza nel lettore. Perche’ non esiste la speranza, nei campi di concentramento. E le braccia aperte di Alice, in attesa dell’acqua che scrosci su di lei, purificandola, sono simbolo di un triste presagio, che non puo’ non attanagliare il lettore.

Un po’ vago, in alcuni punti. E soprattutto dal vago sapore di deja-vu nella scena in cui Alice racconta della sua vita nello scantinato di casa sua e della misteriosa defezione che ha fatto arrestare lei e i nonni.

Questo libro, purtroppo, non e’ reperibile in lingua italiana. Ed e’ inoltre l’unico tradotto inglese dell’autrice tedesca Gudrum Pausewang. Ne consiglio comunque la lettura, come ennesima testimonianza, indiretta, dell’orrore nazista. Senza pretese di totale veridicita’ storia. Senza il pathos freddo del superstite. Per narrare. Per non dimenticare.

 

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