Non sempre le gialli escono con il buco (mentre alcuni escono divinamente perfetti)

Stavo guardando la data del mio ultimo post e la vergogna ha preso il sopravvento: due mesi senza scrivere una riga. E’ stato un periodo piuttosto movimentato. Tensioni al lavoro, internet che non funzionava. O meglio, funzionava quando io non ne avevo bisogno e, la sera, magicamente, smetteva di fare il suo dovere. Dire che una linea analogica sarebbe stata più veloce è pura realtà.

Il post era già pronto un mese fa. Poi aggiornato e opportunamente revisionato al fine di rispecchiare la realtà di lettura. Da qui, il titolo.

Non sono stati due mesi particolarmente intensi dal punto di vista lettura. Da fine agosto ad oggi ho letto solo sei libri. Ora, ad un passo dal raggiungimento dell’agognato traguardo di trenta libri annuali, posso finalmente tirare un sospiro di sollievo… e le somme.

I mesi di agosto/settembre/ottobre, ad accezione del libro “l’ultimo ballo di Charlot (che recensirò nel prossimo post, internet e voglia permettendo), è stato per me il periodo del giallo. Mi sono trovata tra le mani libri che, forse, pochi anni fa avrei schifato come la peste, ma che si sono rivelati delle piacevoli sorprese. E, uno in particolare, nonostante l’entusiasmo iniziale, che si è rivelato una delusione totale. In questo post recensirò il migliore e il peggiore di questa serie.

  1. I giovedì della signora Giulia – Piero Chiara

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Il fatto che ignorassi l’esistenza di un talentuoso e prodigioso scrittore quali Piero Chiara, mi riempie di tristezza e vergogna. Avevo questo libro nella mia spropositata coda di lettura (per favore, non chiedete) da parecchio tempo e non avevo mai avuto il coraggio di prendere questo libro tra le mani, ed assaporarne la storia. Leggere quelle pagine è stata come una specie di epifania Joyciana.

***ATTENZIONE SPOILER***

Chiara è un abile manipolatore di parole, in questo giallo dal sapore strano e indecifrabile. Si, abbiamo la vittima, una scomparsa, una ricerca che risulta vana fino a quando la vittima non ricompare, anni dopo, quando ormai nessuno più la cerca. E, soprattutto, nel punto più impensato e più vicino possibile. Ed è qui che il racconto comincia a farsi ancora più interessante. Perché non abbiamo solo un assassino, ma ben due. O meglio, due potenziali assassini. L’uno che accusa l’altro. Sia l’uno che l’altro avevano ottime ragioni per far fuori la signora Giulia (il marito, cornuto e mazziato, e il custode innamorato (forse) respinto). E qui che viene fuori tutta la maestria del Chiara scrittore. Come un prestigiatore che mescola le sue carte, il nostro autore mescola le carte delle indagini. Si, perché entrambi i sospetti dicono esattamente le stesse cose. Solo accusando l’altro. E la polizia, confusa, non può far altro che soccombere.

Un giallo senza colpevole, o meglio con due possibili colpevoli, ma di cui nessuno viene assicurato alla giustizia, lasciando il lettore nel dubbio su chi sia stato il vero assassino della signora Giulia.

 

2. Nero di Luna – Marco Vichi

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Una totale delusione, invece, è stato questo romanzo di Marco Vichi, che mi ha convinto che mai e poi mai leggerò un altro suo romanzo in vita mia.

La quarta di copertina mostra quanto un buon marketing possa far passare per buono e innovativo anche il peggior scritto. La storia ha il sapore di essere una via di mezzo tra l’horror e il giallo. Non è ne uno ne l’altro.

I personaggi sono banali, le situazioni sembrano tirate per i capelli, a partire dall’inizio, dove l’amico morente del protagonista affitta una villa in campagna che, puntualmente, finisce nelle mani di Emilio Bertazzi, il nostro protagonista, sedicente scrittore di successo (un alter ego del nostro autore?). Già partendo dal nostro protagonista, ci troviamo di fronte ad un personaggio piatto, stupido, fastidioso e arrogante, oltre ad essere un inguaribile maschilista. Conosce una donna, Camilla, e subito decide che deve farla sua, costi quello che costi. Vogliamo poi parlare di Camilla? Fastidiosa quanto il nostro Emilio. I dialoghi tra i due, che dovrebbero essere comici, sono in realtà la cosa più fastidiosa che abbia mai letto. Le situazioni in cui si trova il nostro protagonista sanno di falso e stereotipato. I personaggi che lo circondano sono penosi cliché presi in prestito da ben più fortunati racconti e rivisitati in maniera pessima.

Il ritmo del romanzo è lento, noioso, non succede praticamente niente. Ad un certo punto, ho pure desiderato mollare tutto e passare ad un libro di qualità migliore. Non esistono colpi di scena, ci sono un sacco di scene senza senso, situazioni che non vengono mai totalmente spiegate (chi è l’individuo misterioso che si aggira nelle campagne di notte? La povera Rachele, povera donna un pò matta nipote della ricca signora del luogo? il misterioso e sboccato avventore che Emilio incontra due volte in un bar? Un povero ritardato mentale che vive con le monache?), il tutto condito con uno stile che sa molto di riso in bianco scotto e scondito.

I temi affrontati, dal tradimento, all’amore, all’omicidio, alla violenza sessuale, vengono appena sfiorati, pure malamente, e non approfonditi.

E poi, vogliamo parlare dell’omicidio, raccontato in modo scialbo e frettoloso dalla vecchia signora (di cui non ricordo nemmeno il nome, per giunta) nipote di Rachele? vogliamo parlare del modo in cui la madre di Rachele è stata uccisa? Ve lo giuro, quando l’ho letto, ho riso per almeno quindici minuti! Un modo tanto assurdo e, soprattutto, tanto impossibile non poteva esistere. Sicuramente il nostro autore voleva darci un modus operandi originale. Ci ha invece rifilato una barzelletta.

Un omicidio senza il colpevole in galera, uno scrittore fallito, una donna all’apparenza irraggiungibile ma che alla fine si scopa (usando le parole dell’autore).

E poi vogliamo parlare del linguaggio? Volgare, banale, insipido, totalmente privo di lirismo. Mi spiace signor Vichi, ncs: non ci siamo. Sei riuscito a bruciare la mia voglia di leggere altri tuoi libri. Peccato.

Stategli lontano. A meno che non vogliate sentirvi male. Ma, alla fine, è solo un consiglio.

 

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Come tutto ebbe inizio

Ve l’ho gia’ detto che mi piace Georges Simeon? Il suo stile asciutto, diretto, senza stupidi fronzoli e inutili ridondanze? Per me Maigret e’ stata una piacevole scoperta, specialmente in questo momento, in cui mi sto appassionando molto al giallo (anche in vista di un futuro romanzo del genere 😉 )

Questo romanzo mi e’ capitato sottomano durante una delle mie tante incursioni piratesche presso le librerie di zona, durante i miei ritorni in patria, per obiettivo vacanze. L’ho visto li, con la sua bella copertina gialla, che mi guardava come per dire “lo so che muori dalla voglia di leggerrmi”. Che dovevo fare? Ho ceduto alla “violenza”.

Questo e’ un romanzo che narra la vita di Maigret prima che diventasse il celebre commissario, scritto dopo i famosi romanzi ma orientato alle origini.

la prima indagine di Maigret

Maigret non e’ ancora commissario, ma un giovane segretario del commissario di zona. Relegato a svolgere mansioni secondarie, all’ombra del suo capo, guardato dall’alto verso il basso dagli ispettori del suo distretto e non solo, una notte del 1913 gli capita per le mani il caso che, forse, cambiera’ la sua monotona vita di poliziotto. Un giovane flautista arriva in commissariato denunciando un omicidio. Dice di aver sentito un urlo di donna chiamare aiuto e un colpo di pistola. Solo che quando Maigret si trova di fronte al luogo del “delitto”, il giovane si rende subito conto che le cose non saranno cosi’ semplici. E per due motivi: primo, la famiglia coinvolta e’ una delle piu’ importanti Parigi (nonche’ amici intimi del suo commissario). Secondo, il cadavere non si trova.

La prima indagine di Maigre giovane e’ un crescendo di indizi e insabbiamenti, prove celate e false, ubriacature e botte in testa. Ma soprattutto un indagine che mette in mostra quando il potere del denaro e politico possa influire sulla soluzione di un caso e quanto la polizia sia disposta a chiudere non uno, ma entrambi gli occhi se gli indiziati possiedono molti quattrini.

Vedremo un Maigret umano, fragile, determinato e frustrato di fronte al muro di omerta’ che lo circonda. Disposto a tutto, pur di risolvere il caso. Anche di rischiare la sua stessa vita.

Che dire? Un bellissimo esordio, giovane Maigret!

Ora non mi resta che leggere tutte le decine di romanzi su Maigret. Credo ci mettero’ un po’. Ma non ho fretta, io 🙂

 

Mai una delusione

E rieccomi sul mio vecchio, caro blog, a parlare finalmente di libri. E ne ho letti tanti, dall’ultima recensione. Alcuni mi hanno lasciato qualcosa, altri un po’ meno. Per altri, semplicemente, non me la sentivo di fare una recensione.

Posso parlare della mia nuova “scoperta”, Georges Simeon, di cui ho apprezzato “Il defunto Signor Gallet”. Mi e’ piaciuto il suo stile asciutto, diretto, senza fronzoli e realista. Maigret e’ un uomo vero dei suoi tempi, non ama le smancerie e la poetica. Va dritto al sodo, ragione, e risolve il caso. Senza far sfoggio della sua intelligenza. Senza nascondere le sue inimicizie. E visto che Simeon ha scritto decine e decine di libri sul mio nuovo ispettore preferito (da annoverare tra Montalbano e Publio Aurelio Stazio), credo che vedrete molte recensioni sul nostro Maigret, su questo blog.

Ma ora passiamo al titolo di questo post. Si, perche’ Danila Comastri Montanari non e’ mai una delusione. E, come e’ successo in passato, ho apprezzato molto questo ultimo libro letto, “Scelera”, dove troviamo non una, ma ben tre indagini del Senatore Stazio.

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In vacanza a Baia, una delle piu’ rinomate localita’ balneari della Roma Imperiale, Stazio vuole riposarsi. Si e’ allontanato apposa dall’Urbe, per non avere a che fare con morti e omicidi. Ma sembra che non ci sia pace per Aurelio e gli omicidi lo “seguono” anche negli stabilimenti balneari piu’ in di Baia.

E’ proprio vero che a uccidere il vecchio Perpenna e’ stato Decimo, il piu’ tardo dei suoi nipoti? Possiamo prendere come prova di colpevolezza la corda di una trottola usata per strangolare il vecchio paterfamilias, solo perche’ il povero Decimo si baloccava con esse?

E cosa si nasconde dietro il brutale omicidio di Aulo Emiliano? La moglie e’ veramente questa prova vivente della virtus romana?

Chi ha ucciso Caio, capo-popolo, antesignano dei moderni sindacalisti? E’ stato solo un incidente, o c’e’ dietro qualcosa d’altro, qualcosa di piu’ losco?

E che fine ha fatto la piccola Lelia, figlia quattordicenne di Lelio Lampronio? Fuga volontaria od omicidio premeditato? E se non fosse colpa della fanciulla, la sua fine? E se dietro questo omicidio si nascondesse qualcosa d’altro, qualcosa sepolto dalle sabbie del tempo, una storia che si tinge di tinte fosche e scabrose?

I libri di Danila Comastri Montanari sono sempre di semplice lettura, ricchi di aneddoti riguardanti la vita dell’Impero e mai noiosi. Si leggono velocemente, facilmente. Un libro ideale se si vuole riposare la mente e ci si vuole divertire. I rimanenti romanzi, li ho gia’ messi nella mia lunga coda di lettura 😛

E per concludere, una citazione, giusto per concludere in bellezza la giornata:

No matter what our personal circumstances may be, if we ourselves become a source of light, then there will be no darkness in the world.

Non importa quali siano le nostre circostanze personali, se noi stessi diventiamo fonte di luce, l’oscurita’ sparira dalla terra. 

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Due Mesi – catch up parte prima

Due mesi. 60 giorni in cui e’ successo molto di piu’ che negli ultimi otto mesi. Tra traslochi, lutti e vacanze non ho avuto un secondo di tempo per aggiornare il mio blog. In compenso, ho avuto abbastanza tempo per leggere qualche buon libro. Ma procediamo con ordine.

 

La Pianista – Elfriede Julinek

la pianista

Finito di leggere: 9 luglio 2015

Chi e’ Erika Kohut? Una donna sulla quarantina, pianista fallita, che si e’ dovuta accontentare di un lavoro come insegnante di pianoforte al Conservatorio di Vienna. Una donna sulla quarantina, sola, che vive con la madre in un fatiscente appartamento. La madre, una donna possessiva, ossessiva, che la considera un’eterna bambina e la priva di ogni liberta’. Ed Erika, alla disperata ricerca di se stessa e della sua identita’ sessuale, frequente i peep show di periferia e si dedica all’arte dello sbirciare le coppie che fanno sesso nel parto del Praher.

Poi un giorno arriva lui, Walter Klemmer, giovane studente unversitario e suo studente di musica. E li tutto cambia. Perche’ Walter sembra molto interessato a lei, la desidera.

Erika. Una donna che non conosce la sua identita’ sessuale e che fantastica su sesso estremo e masoschista che vorrebbe proporre al suo giovane innamorato. Ma non sa a cosa va incontro.

Un libro che prende fin dalle prime pagine. Una protagonista molto ben descritta dal punto di vista psicologico, nella sua disperata ricerca di liberta’ e di un’identita’ che gli e’ stata negata per troppo tempo. Ma Erika e’ sostanzialmente una bambina dentro, che sogna qualcosa troppo grande per lei, e nel quale si perde.

Un libro molto profondo ma che purtroppo ha un brutto difetto che lo rende meno apprezzabile: la lentezza. Il ritmo e’ veramente esageratamente lento, l’autrice si sofferma troppo su discorsi inutili e li dilunga all’inverosimile per poi correre in modo troppo affrettato nel finale, lasciandoci ben poco all’immaginazione.

Un vero peccato. Specialmente se si pensa che si tratta di un premio Nobel per la letteratura.

 

Jezabel – Irene Nemirovsky

Jezebel

Finito di leggere: 19 luglio 2015

Gladys Eysenach e’ bellissima e corteggiatissima. Ricca, viziata e vanesia, passa da un amore all’altro, da una festa all’altra. Sembra che il tempo non passi mai, per Gladys. Sembra che la sua bellezza rimanga inalterata nel tempo, mentre le sue coetanee invecchiano ed avvizziscono. Ma Gladys ha un terribile segreto, che non vuole svelare a nessuno.

Perche’ Gladys e’ disposta a tutto per far credere di essere molto piu’ giovane di quanto pensi. Come mentire sulla reale eta’ della figlia. Come il circondarsi di amanti molto piu’ giovani di lei. Come il pagare per mostrare meno anni sul suo certificato di nascita. Guai se si venisse a sapere quanti anni ha realmente. Guai se la gente pensasse a lei come una vecchia signora.

Ma anche per Gladys arriva la resa dei conti. Ed arriva da un passato non tanto lontano ma che lei ha cercato disperatamente di dimenticare. Un passato che rischia di far scoprire al mondo la sua reale eta’, e di farle perdere quello a cui tiene di piu’: il suo ultimo, forse vero, grande amore.

Questo romanzo ci pone di fronte ad una domanda molto curiosa: cosa siamo disposte a fare, noi donne, pur di fermare il tempo? Specialmente oggigiorno, in cui l’apparenza conta molto di piu’ della reale sostanza delle cose, Jezabel ci risulta un romanzo incredibilmente attuale, nella sua durezza, nella sua frivolezza.. Gladys la si odia. Poi, verso la fine del romanzo, si prova solo pieta’ per lei. Perche’ Gladys non accetta l’avanzare del tempo. Lei vuole essere giovane e bella per sempre. Piu’ passano gli anni e piu’ si ripete: “sono giovane, sono bella”. Mente a se stessa, Gladys. Fa finta di non vedere la realta’. Copre il suo viso con strati e strati di cerone, che non toglie mai, se non nella solitudine e nel buio della sua stanza. Per non guardare l’orrore del tempo che passa.

Jezabel ci fa riflettere sul seguente quesito: fino a quando possiamo rimanere belle e desiderabili? Fino a quando possiamo nascondere la crudelta’ del tempo? Gladys non e;’ molto diversa da quelle attricette e showgirls che si rifanno in continuazione per rimanere giovani, per essere desiderabili anche quando ormai nessuno piu’ le vuole desiderare. Ma e’ anche il simbolo che il tempo non si puo’ fermare, nemmeno a volerlo.

 

Nei prossimi giorni, la seconda parte 🙂

 

L’agnese va a morire – Il postino di Neruda

Cosa possono avere in comune due storie che raccontano di due epoche diverse, di due situazioni diverse, di due vite diverse, tanto lontane le une dalle altre? Cosa può avere in comune un giovane sognatore del Cile primi anni Settanta con un’anziana contadina emiliana vissuta durante l’occupazione nazista seguita all’Armistizio dell’8 settembre 1943, che non ha nulla da perdere se non la vita? Forse a prima vista, proprio niente. Allora perché accomunarli? Ma se si cerca di vedere nel profondo, che poi tanto profondo non è, si capisce che un lieve filo rosso li unisce. Un filo rosso che porta un nome che ci è tanto comune e tanto vicino che a volte nemmeno ce ne rendiamo conto: violenza. La violenza della guerra nella quale vive l’Agnese, tanto comune e tanto viva che ormai lei non ci fa nemmeno più caso. E una violenza più sottile, più infima, così nascosta all’inizio da non essere nemmeno vista: la violenza efferata dei regimi totalitari sudamericani, che  niente hanno da invidiare all’inutile violenza nazista.

1. L’Agnese va a morire – Renata Viganò

l'agnese va a morire

Finito di leggere: 4 febbraio

La storia di una partigiana scritta da una partigiana. La storia di una donna che, con la guerra partigiana, sembra non c’entrarci nulla. La storia di una donna tranquilla, a cui la guerra ha tolto tutto e non le  ha lasciato altra scelta che la clandestinità.

Ho fatto fatica a finirlo. Dopo qualche capitolo dovevo metterlo giù, riflettere, digerire la storia. Ho letto molti libri sulla guerra e sulle sue violenze, eppure questo libro mi ha colpito particolarmente. Senza retorica, senza sentimentalismi, senza eroismo, Renata Viganò di mette di fronte alla snervante, logorante verità che fu la seconda guerra mondiale. Per i nostri occhi eretici, che di guerra hanno sentito solo parlare sui libri di scuola, e per giunta in un tono eroico che alla guerra proprio non s’addice, leggere questo romanzo è un pugno nello stomaco. Non pensate di trovarvi di fronte a scene truculente di stupri, torture e fucilazioni sommarie. Perché questi sono solo echi, voci lontane che si perdono nella nebbia della notte scura e nella puzza della polvere da sparo. Però sono li, come fantasmi che ti alitano sul collo, negli occhi dei partigiani, nei ricordi dell’Agnese, nei cuori della povera gente, che a volte faceva i comodi dei Tedeschi, faceva la spia, nella speranza di vedere la propria vita allungata, anche se di poco.

Ma alla fine che cosa ne sappiamo noi? Noi la guerra l’abbiamo vista solo sui libri e nei film, un bello spettacolo di violenza, ma solo uno spettacolo. E quando corrono i titoli di coda, ci si rende conto che è stato solo un film, e torniamo alle nostre comode case. A noi nessuno ci spara addosso, possiamo uscire di casa con relativa tranquillità, il rombo di un aereo sopra le nostre teste è un suono amico che non significa morte.

Ecco, a leggere questo libro si capisce cosa i nostri nonni devono avere provato. E si diventa l’Agnese, il Palita, il comandante, Tom, la Rina. Si diventa per qualche ora parte di una guerra che non abbiamo mai conosciuto, e quello che si prova è angoscia, paura, rabbia. E forse ci si ritrova a dire “anche oggi non si muore”, quasi quasi pensando che queste potrebbero essere le nostre ultime parole.

2. Il postino di Neruda – Antonio Skarmeta

Il postino di Neruda

Finito di leggere: 6 febbraio

***attenzione spoiler***

Che cosa può avere in comune la violenza con la storia d’amore e di poesia di Mario Jimenez? Forse niente, se la storia non fosse ambientata nel Cile pre-golpe. Un paese quasi allo sbando, che non si rende conto di andare lentamente verso un oscuro destino.

Mario Jimenez ha diciassette anni, figlio scansafatiche di un pescatore, quando accetta un incarico particolare: diventare postino solo per consegnare le lettere a Pablo Neruda, grande poeta cileno. Tra il giovane e il grande vate sudamericano si instaurerà un rapporto di fraterna amicizia, che porterà il giovane a conquistare e a sposare la bella Beatriz, e a comporre versi e metafore.

Ma ogni idillio che ha un inizio, ha anche una fine. E il giovane si ritrova, suo malgrado, trascinato dai tumulti della storia, mentre il grande poeta cileno, vincitore del premio Nobel,  muore di una morte tutt’ora molto sospetta.

Un romanzo breve molto semplice ma al tempo stesso che mostra qualcosa che nei romanzi moderni non si vede molto facilmente: le metafore. Un dolce miscuglio di parlata popolare, metafore e qualche guizzo di comicità. Una lettura leggera e poetica, almeno fino a quando non si raggiunge il finale, e li ci si rende conto che di poetico, purtroppo, non è rimasto più niente. E la morte di Neruda, con il suo sospetto di violenza, diventa la morte del Cile libero e l’inizio della notte, dalla quale Mario non si risveglierà.

 

Recensioni di Natale

Con la fine dell’anno che si avvicina sempre di più, e un nuovo anno pronto a iniziare, questa probabilmente sarà l’ultima recensione libraria del 2014.
E’ stato un anno molto interessante, duro ma anche pieno di soddisfazioni. Un anno dove sono riuscita a leggere ben 36 libri, cosa che non mi riusciva da quando ero adolescente. Per pigrizia, più che per mancanza di tempo. Non posso descrivere la felicità provata nel leggere durante questo 2014. Libri belli, libri mediocri, libri brutti e libri memorabili. E quelli che andrò a recensire oggi ne sono un esempio lampante. Ma procediamo con calma.

1. Premiata ditta Sorelle Ficcadenti – Andrea Vitali

premiata ditta sorelle ficcadenti

Finito di leggere: 30  novembre 2014

Ho sempre apprezzato i romanzi di Vitali. Leggeri e scorrevoli, si leggevano con facilità e rapidità. Si leggevano, infatti. Perché questo romanzo ho fatto veramente fatica a finirlo.

La storia è semplice: due sorelle, Giovenca (quella bella) e Zemia (quella brutta) Ficcadenti aprono una merceria a Bellano, scatenando non solo le ire dei due merciai del paese ma anche le passioni dello scemo del villaggio, il Geremia. Fin qui tutto semplice. Ma è da qui che parte una serie di storie e un intreccio di diverse trame che rendono il libro difficile da seguire, pesante da leggere e da comprendere. Troppi personaggi, alcuni che compaiono solo per qualche pagina per poi scomparire nelle nebbie del lago di Como.I personaggi che compaiono per più di un capitolo poi sono stereotipati e piatti, se non addirittura fastidiosi.

Più di quattrocento pagine di noia, che mi farà seriamente riflettere sulla possibilità di leggere altri libri di Vitali.

2. Snow Flower and the secret fan – Lisa See

snow flow and the secret fan

Finito di leggere: 15 dicembre 2014

Una storia che esplora gli usi e i costumi di una Cina lontana e sconosciuta, solo leggermente abbozzata nei libri di storia. Una storia di dolore, di speranza, di consuetudini.

Nel diciannovesimo secolo Lily appartiene ad una famiglia di umili agricoltori. Eppure, grazie ai suoi piedi fasciati perfettamente, riesce ad ottenere un matrimonio con una famiglia altolocata e un legame con Snow Flower, appartenente ad una famiglia una volta ricca e importante, ma ora  impoverita e decaduta.

La storia segue proprio le vicende di queste due donne della Cina medioevale dell’800, tra gli atroci dolori della fasciatura dei piedi, pratica barbara che costringeva le donne a ad avere i piedi deformati e a non poter camminare in modo proprio e quindi diventare totalmente dipendenti dai loro mariti, al matrimonio con uomini non amati e sconosciuti, la famiglia, i figli, le guerre e le morti.

Un romanzo che esplora in modo meticoloso le abitudini di un mondo scomparso e sconosciuto, le sofferenze e la vita da recluse delle donne cinesi, padrone incontrastate del “mondo interno”. Una sottomissione e un’obbedienza solo in parte, in cui la loro opinione poteva però influenzare quella dei mariti.

Lily quindi ha una vita in ascesa, con una suocera tutto sommato giusta e rispettosa e un marito si scoprirà innamorato e devoto. Per contro Snow Flower vivrà con un marito violento ed una suocera crudele. Lily, ormai immersa nella sua nuova vita da signora non riuscirà a comprendere i dolori dell’amica. Un’incomprensione  che porterà a delle incomprensioni insanabili.

In libro tutto sommato molto interessante dal punto di vista storico e delle abitudini cinesi sconosciuti a noi occidentali, anche se a volte un pò troppo descrittivi, quasi da libro di storia.

Un racconto gradevole, anche se purtroppo indirizzato ad un solo pubblico femminile, come molti romanzi scritti da donne.

3. Lo strano caso del Dottor Jekyll e Mr Hyde – Robert Louis Stevenson

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Finito di leggere: 25 dicembre 2014

E’ sempre difficile recensire un classico. Forse tonnellate di parole sono state sprecate per recensirlo, soprattutto da baroni della letteratura  molto più competenti di una semplice lettrice. Forse anche perché un classico deve essere a tutti i costi perfetto  e bellissimo per antonomasia, ed ogni critica che si allontana da questo luogo comune viene vista con sospetto e, a volte, pure disgusto, portando il povero lettore ad essere additato come mediocre lettore di romanzetti di serie Z e troppo stupido per comprendere la vera letteratura. O forse anche perché la complessità di certi capisaldi letterari sono troppo grandi per poter essere recensiti in parole povere.

Avrei dovuto leggere questo libro prima, ma ho sempre rifuggito i classici come la peste, ritenendoli troppo noiosi e verbosi. Mi sono invece accorta che certi capolavori della letteratura hanno bisogno di menti mature per essere apprezzati nella loro vera natura, mentre una mente giovane li vede solo come noiosi testi da leggere per forza.

Chi non conosce la storia di Jekyll e Hyde? Sembra quasi banale descrivere il contenuto di questo piccolo gioiello, il cui titolo è entrato nel linguaggio collettivo come simbolo di “doppia personalità” e “alter ego”. Eppure Jekyll e Hyde è molto più di questa idea riduttiva. Jekyll e Hyde esplora il profondo dell’animo umano, le passioni e i desideri repressi al fine di mostrare a tutti i costi un’immagine consona a quello che la società vorrebbe da noi. Jekyll è tanto represso e conformista quanto Hyde è libero e ribelle. La sua “cattiveria” potrebbe essere vista più come una ribellione ad una società chiusa e perbenista che una vera e propria forma di malvagità. Il disgusto che la gente prova nel guardalo in faccia esprime proprio questo concetto. E alla fine, come succede alle passioni a lungo represse, Jekyll non riesce più a controllare il suo doppio, portandolo ad un’inevitabile epilogo.

Leggere “Lo strano caso del Dottor Jekyll e di Mr Hyde”? Assolutamente si. Ma solo se si è pronti ad analizzare nel profondo l’animo umano.

Buon Natale a tutti

albero di Natale

Catch Up sottozero

Un mese. Il tempo che è passato dall’ultima recensione. Un mese. In cui mi sono ripromessa di scrivere almeno due righe, una cavolata, un pensiero. Un mese. In cui ho sempre procrastinato, finendo preda di pigrizia e stanchezza. Un mese di silenzio. Pigra che non sono altro. Un mese in cui ho letto due libri e mezzo (quel mezzo si riferisce al libro che sto attualmente leggendo, combattuta tra l’abbandonarlo e il finirlo, nonostante gli sbadigli e la noia). Un mese senza scrivere un post. E, come al solito, il classico catch up.

Ma andiamo con ordine.

1. I ragazzi della via Paal – Ferenc Molnàr

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Finito di leggere: 18 ottobre 2014

****Attenzione spoiler****

Mi vergogno come una ladra ad ammettere di non aver mai letto questo libro, classico dei classici e “must” in assoluto della letteratura per ragazzi. Pur conoscendone il titolo, i contenuti, non mi è mai venuto in mente di prenderlo in mano, sfogliarlo, leggerlo. Ho dovuto aspettare l’età matura per poterlo finalmente leggere. E apprezzare appieno.

Sembra una storia banale: un gruppo di ragazzini delle scuole medie che si spartisce un terreno ove giocare a palla con un altro gruppo, chiamato “le camice rosse”. Scherni, invidie, tradimenti ed egoismo. Eppure non è così. C’è sotto un’idea di base, un tema molto più profondo e attuale di quanto si possa pensare.

Il romanzo è stato scritto agli inizi del ‘900 (anche se ambientato alle fine del diciannovesimo secolo), eppure  non solo fa da eco all’assurdità delle guerre fino ad allora combattute, ma è anche un’amara previsione dell grande massacro che sarà la Grande Guerra.

Sono solo dei ragazzini a farsi la guerra, ma la fanno come adulti. Combattono con armi giocattolo, ma per loro sono strumenti potenti. E pensano e provano sentimenti da veri soldati. Questo, per esempio, incarnato nel personaggio di Ernő Nemecsek, il biondino, il piccolino che tutti in un certo senso denigrano, lasciandogli i compiti più umili e insignificanti (unico nel gruppo ad essere ancora un soldato semplice, e che nessuno vorrebbe mai promuovere ad ufficiale, altrimenti i ragazzi non saprebbero chi comandare). Ma è proprio questo ragazzo semplice che, come un vero fante di trincea,  combatte più strenuamente di tutti. Animato da un forte desiderio di patria (il loro terreno dei gioco), sfida la malattia per combattere, per darsi valore. Morendo. Da eroe senza patria e senza onori.

Ed è proprio qui che emerge tutta l’amarezza. Perché il piccolo Nemecsek non è altri che l’incarnazione del soldato che, imbevuto di eroismo e di nazionalismo, dona la sua vita per una patria che, in realtà, non esiste. Come non esiste più il campo di via Paal, venduto per poterci costruire un grosso e moderno condominio.

Un libro che, nella sua semplicità, lascia riflettere. Un piccolo gioiello dove i ragazzi sono i protagonisti assoluti e gli adulti relegati a ruoli marginali, ma che provano gli stessi sentimenti dei grandi, anche se in piccolo. E che, come gli adulti, cominciano a comprendere e a provare le amarezze della vita.

Su Goodreads, l’ho valutato quattro stelline invece che cinque che si sarebbe meritato. Questa però non è una colpa del romanzo ma della traduzione italiana, che ha tradotto in italiano tutti i nomi dei protagonisti. Cosa che io, personalmente, detesto, e che purtroppo ha tolto un pò dell’esotismo del libro.

2. Il giardino dei Finzi-Contini – Giorgio Bassani

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Finito di leggere: 2 novembre 2014

**** attenzione spoiler ****

Ci sono dei libri che non possono essere letti tutti d’un fiato, ma che devono essere assaporati lentamente, come un dolce prezioso. Libri che bisogna leggere a gocce, riflettere su ogni capitolo, assimilarlo, farlo proprio. Il Giardino dei Finzi-Contini è uno di questi libri.

Siamo nel 1957. B., il protagonista (che per inteso non viene mai citato nel libro, anche se qualcuno fa riferimento allo stesso Bassani), durante una gita con amici presso le tombe Etrusche, riflettendo sulla loro antica storia (sembra che siano sempre stati morti) ricorda un’altra storia dimenticata e sepolta dalle polveri del tempo: quella dei Finzi-Contini e della loro immensa villa.

Inizia una viaggio a ritroso nel tempo che inizia negli anni Venti, quando il protagonista parla per la prima volta a Micol, secondogenita della ricca famiglia ebraica, per poi saltare alla fine degli anni Trenta, con la promulgazione delle leggi razziali. Cacciato dal suo club di tennis perché ebreo, il nostro protagonista inizia a frequentare villa Finzi-Contini e specialmente Micol. Inizia quindi una storia semplice e delicata, che però non verrà il coronamento. Per il protagonista Micol rimane sempre un sogno lontano che mai si avvicinerà. E quando egli cercherà di conquistarla, questa gli rifuggirà, sottolineando l’inutilità della loro relazione (che dovremo fare? Fidanzarci?).

Micol non crede nell’amore. O forse, quasi presagendo il terribile futuro che l’aspetta, non vuole legarsi a nessuno.

Dalla seconda metà, il romanzo è permeato di dolore e di incomprensione per questo amore rifiutato, il desiderio del protagonista di stare il più lontano possibile dalla casa per soddisfare il desiderio di Micol. I lunghi dialoghi col Malnate, con suo padre, che si apre a lui per la prima volta.

E poi la malinconia, per un sogno infranto, un passato che è stato cancellato dalla mente degli uomini. Micol, dopo la guerra, non esiste più. Distrutta nel vento.  Eppure il protagonista, dopo tanti anni, non smette di ricordarla.

Non è un romanzo sulla guerra, e nemmeno sull’olocausto, che vengono solo marginalmente nominati, e pure freddamente, quasi l’autore volesse sbarazzarsi di loro. E un romanzo della memoria, del bello che c’è stato nelle vite distrutte di molte persone. Con tenacia, Micol e la sua famiglia tornano a vivere attraverso le parole di B., sconfiggendo quel male che avrebbe voluto eliminarli per sempre.

Inevitabile commuoversi, impossibile non riservare uno spazio particolare nel proprio cuore. E anche dopo averlo letto, ogni tanto, la mente non può che volare la, in quel giardino dei Finzi-Contini, dove dei ventenni vivono spensieratamente la loro giovinezza, noncuranti delle nuvole nere che ci avvicinano.

The Hobbit

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E alla fine sono riuscita anche a fare questa recensione, anche se con solo tre giorni di ritardo dalla fine del libro. Nel mentre, ne ho finito un altro. La recensione: prossimamente su questi schermi 😉

Che dire di “Lo Hobbit”? Un libro fantastico, e non solo di genere. Un libro che ho sognato di leggere per tanto tempo, ma non ho mai avuto il coraggio di farlo, temendo di rimanere delusa dopo aver sognato ad occhi aperti (e non) con la trilogia del Signore degli Anelli, da ragazzina. 

 

****ATTENZIONE: SPOILER****

Lo Hobbit non si distanzia molto dalla trilogia, ma è come un anticipazione dei fatti narrati successivamente da Tolkien. Il viaggio di Bilbo Baggins, la sua prima avventura, insieme ad una compagnia di tredici nani che mirano a riconquistare il loro tesoro usurpato dal drago Smaug, si fa leggere volentieri, lasciando sempre con quella curiosità quasi infantile del “che cosa succederà dopo?”.

Devo ammettere però che la lettura non è stata tutta rose e fiori. Purtroppo ci sono stati dei passaggi che ho fatto veramente fatica a digerire e che addirittura mi hanno deluso. La scrittura di Tolkien è ricercata, pomposa, ridondante, e a volte questa ridondanza stanza e, diciamola tutta, fa venire sonno. Forse, se non fosse stato Tolkien, avrei pure abbandonato il libro ma la curiosità di sapere come sarebbe andato a finire ha sempre preso il sopravvento.

Parliamo poi di Smaug. Fin dall’inizio viene descritto come un drago imponente, terribile, indistruttibile, che ha mietuto centinaia di vittime tra i nani e gli abitanti di Dale, costringendoli ad abbandonare la città ed andare a vivere su un lago. Insomma Smaug viene descritto come un mostro terrificante che fa venire la pelle d’oca solo a pronunciare il suo nome. E alla fine, quando appare finalmente nel libro, la descrizione che ne fa Tolkien propende verso questo immaginario. Poi… poi Smaug decide di lasciare la montagna dei Nani e di andare a pagare “una visitina” agli umani. E li succede il patatrack. Dopo aver affumicato qualche casa e qualche umano, viene trafitto da una grossa freccia nera e… puff! Cade morto, come una merda! Che fine ingloriosa per il temibile Smaug. Che delusione per me, che mi aspettavo una feroce battaglia senza esclusione di colpi. la battaglia ci sarà dopo, ma tra i nani di Thorin Scudodiquercia che non vuole mollare il malloppo, almeno una parte, agli abitanti umani della città sul lago, gli umani suddetti e gli elfi che si ritengono parte lesa proprio a causa di questo tesoro. Battaglia epica, degna di Tolkien. 

La parte finale è molto commovente e molto bella, tanto da farmi dimenticare lo svarione di Smaug. 

**** FINE SPOILER****

A chi è consigliato: a chi ama il fantasy, le buone letture e soprattutto sognare. 🙂