Tutto qui?

vergine giurata

Ci sono libri che, pur sembrando all’apparenza banali e ripetitivi, alla fine ti prendono fino all’ultima pagina. Ci sono libri relegati agli scaffali più bui e reconditi di una libreria che in realtà si dimostrano piccoli gioielli della letteratura moderna. Ci sono libri che non smetteresti mai di rileggere. E poi ci sono libri che, pur promettendo bene, si rivelano un buco nell’acqua.

Decisi di leggere “Vergine Giurata”, perché trattava un tema che di cui nessuno aveva mai scritto prima: una pratica tipica delle zone più remote delle montagne Albanesi. Un’usanza che permette alle donne, per tradizione tribale obbligate all’obbedienza e alla sottomissione totale all’uomo, di poter mantenere la propria indipendenza. A patto di diventare “uomini”. Proprio così. La donna diventa uomo, rinuncia per sempre alla sua femminilità e sessualità e diventa una vergine giurata. Un giuramento dal quale non esiste ritorno.

Hana Doda, protagonista di questo romanzo, ha deciso così, per  mantenere la sua indipendenza. Per non sottomettersi ad un uomo. Per non accettare il matrimonio combinato deciso dallo zio, che gli fa ha fatto da padre dopo la morte dei genitori. Decide di diventare Mark, un pastore delle montagne a nord dell’Albania. Fino a quando la cugina Lila non la invita in America. Dove inizierà la sua nuova vita.

Ecco, mi aspettavo di più. Mi aspettavo che Elvira Dones, l’autrice, ci parlasse di più dello stato d’animo di Hana come Mark. Di come avesse vissuto questi anni da vergine giurata. Dei suoi pensieri, del suo essere. Sarebbe stato meglio conoscere di più di questa particolare usanza, di come una donna si possa adattare a diventare uomo, a rimanere casta per sempre, a rinunciare alla propria identità.

Invece niente. Tutta la storia gira attorno ad Ana dopo quindici anni come Mark. Di come riesce a ritornare, faticosamente, donna. Di come riscopre il proprio corpo, il proprio essere. Di come si guadagna da vivere. Che, diciamola tutta, non ci sta male. Ma purtroppo tutto si risolve in un chiacchiericcio a volte banale e, diciamolo, noioso.

Lo stile è buono. Diretto, essenziale, scorrevole. Il che rende la lettura meno pesante. Anche se, purtroppo, l’autrice scivola ancora prima del finale, facendosi purtroppo capire troppo presto come il romanzo sarebbe andato a finire. A metà strada, lasciando il lettore quasi confuso, spaesato.

Un peccato, purtroppo. Avrebbe potuto essere un gran bel romanzo.

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L’amore secondo Simeon

Di Simeon ho imparato ad apprezzare i racconti del Commissario Maigret, serio, ligio e con una logica ferrea. Ma Georges Simeon non è solo Maigret. Simeon ha scritto anche altri romanzi, forse meno famosi del popolare Maigret, ma pur sempre di buon impatto letterario.

Tre Camere a Manthattan lo conoscevo già, ma lo scoprii meglio proprio tramite Maigret. Un romanzo che, come da testuali parole dell’autore, scritto ” a caldo”, e ispirato dalla passionale e tormentata storia d’amore tra lo scrittore francese e Denyse Ouimet. Scritto nel 1946 e pubblicato lo stesso anno, ebbe un buon successo di pubblico.

 

***ATTENZIONE SPOILER***

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François Combe è un attore francese abbastanza popolare nella madrepatria. Paese che ha lasciato per allontanarsi dalla moglie, che lo ha lasciato per un uomo molto più giovane. Solo e senza un lavoro stabile, una notte vagabondando senza meta per Manhattan incontra Kay, una donna misteriosa e sola quanto lui.

Inizia una storia d’amore tormentata, che si svolge, appunto, in tre camera: quella anonima dell’Hotel Lotus, teatro del loro primo, passionale incontro, la sua stanza disfatta e disordinata e la stanza dell’appartamento che Kay divideva con l’amica Jessie.

Kay e François. Due anime sole che si sono incontrate. Incapaci di lasciarsi, quasi fosse legati l’uno all’altra da un filo invisibile che non vogliono,  o non possono spezzare. Un rapporto malato,sotto alcuni versi, ammorbato dall’iniziale e assurda gelosia di François, terrorizzato dall’idea di stare lontano da lei anche per un minuto (durante la sua seconda notte al Lotus con Kay, decide di tornare a casa perché ha dimenticato la luce accesa, ma il solo pensiero di non ritrovarla più nel letto lo fa ritornare di corsa su suoi passi).

E’ geloso François. Geloso del passato di Kay, dei suoi uomini, delle sue avventure. Non le crede quando le parla del suo passato. Ovunque essi vadano, lui la immagina con un altro uomo, in atti licenziosi.

La ama, la odia. La ama ancora. E poi non la sopporta. Ma non riesce a separarsene. Ed è felice. Felice di non essere più solo.

Personalmente, ho apprezzato il romanzo, anche se devo ammettere che ho odiato i personaggi, e più di una volta. François è un uomo ossessivo e possessivo, le fa insulse scenate di gelosia, se la vede a letto con chissà quanti uomini, la obbliga, quasi con violenza, a farle confessare con quanti uomini è stata. Vede questi come fantasmi pronti a tormentarlo.

Dal canto suo Kay è troppo remissiva, accetta tutto senza fiatare anzi, ne sembra quasi lusingata. Quasi la paura di rimanere solo le faccia sopportare qualsiasi cosa, le faccia perdonare qualsiasi cosa.

Ma quello che mi ha dato più fastidio è proprio il comportamento di lui quando lei è costretta ad andare via per motivi familiari. Tanto geloso e possessivo, e poi non perde l’occasione per andare a letto con la prima donnetta disponibile. E non solo! Non se ne pente, dice che lo rifarà, perché egli è un “uomo”. Forse molti uomini, in primis Simeon noto puttaniere recidivo, all’epoca la pensavano così. E forse molte donne, come Kay, accettavano e perdonavano certi comportamenti. Sta di fatto che ha generato in me un senso di malessere, di fastidio e di rabbia, per la mancanza di rispetto che François riserva alla povera Kay. Ma forse è una mentalità troppo lontana, che io non riesco a capire. Eppure tanto vicina.

Un romanzo scritto negli anni ’40 e ancora attuale, in mondo dove c’è chi osa dire che certi uomini “ammazzano” per troppo amore. Ma questa, è un’altra storia.

 

Meglio di Guareschi?

Ci sono libri con quarte di copertina accattivanti, che fanno sperare grandi emozioni. E poi, a fine libro ti ritrovi a dire: tutto qui?

Devo ammettere che i primi libri di Vitali che lessi (La signorina Tecla Manzi, Dopo  lunga e penosa malattia) erano molto belli e interessanti. E, onestamente, nemmeno tanto lunghi e con il numero di personaggi giusto per far girare la trama. Poi… poi qualcosa è successo. E mi sono ritrovata a leggere mattonazzi di 500 pagine, scorrevoli per l’amor di dio, ma con una sequela di personaggi che ti facevano domandare: ma questi, che scopo hanno nello svolgimento della trama? Perché sono qui? Il romanzo non sarebbe stato lo stesso, o anche migliore, senza di loro?

Anche questa fatica letteraria di Vitali, cerusico di Bellano, purtroppo è stata un mezzo buco nell’acqua.

La verità della suora storta – Andrea Vitali

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La storia si svolge a Bellano, nel 1970. Abbiamo un tassista, Sisto Santo (solito nome insolito, tipico dei romanzi di Vitali), che un pomeriggio di fine Aprile carica sulla sua macchina una donna anziana. Destinazione: cimitero. Peccato che al camposanto la donna ci arrivi morta, senza uno straccio di documento a provarne l’identità e dopo aver pure urinato sul sedile del taxi di Sisto. Chi è quella donna? Che cosa ci è andata a fare al cimitero? E chi è la suora storta?

Una storia dal sapore di giallo che si risolve in modo un pò deludente, comprensivo di serendipità finale. Una storiella leggera, che sarebbe stata anche più piacevole, se non ci avessero di messo di mezzo le allegre scenette con lo Scatòn, il datore di lavoro del Sisto prima di essere tassista. Che, onestamente, con la trama non c’entra proprio nulla.

Meglio di “la ruga del cretino” (mamma mia, che fatica finirlo!), del resto l’ho finito in 24 ore. Allegro a tratti. Un puro prodotto di intrattenimento, senza fronzoli. Certo, se non fosse stato per l’affermazione di qualcuno che avrebbe definito Vitali “meglio di Guareschi”… mi viene la pelle d’oca solo a pensarci.

Buoni propositi per il 2017

Dunque, altri due mesi di silenzio. Per fare un bilancio del 2016, lo potrei definire un anno ambiguo, almeno per me. Dal punto di vista personale, non è stato un anno malvagio. Dal punto di vista lavorativo, un disastro. Tanto stress, tanta stanchezza, meno libri letti e meno post scritti.

Non mi aspetto grandi cose dal 2017, ma ho una determinazione: scrivere di più, ovvero non far passare mesi tra un post e l’altro. Un buon proposito che ho intenzione di mantenere (forse :-P).

Parlando di 2016, ho deciso di recensire l’ultimo libro letto nell’anno appena passato. E devo dire che è stato un buon modo per finire il bellezza l’anno 2016 letterario.

Il Passato è una Bestia Feroce – Massimo Polidoro

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Di Massimo Polidoro conoscevo gli scritti divulgativi, molto interessanti e dettagliati. Non avevo mai fatto la conoscenza di Massimo Polidoro romanziere, almeno prima di leggere questo romanzo.

All’inizio, devo ammetterlo, ero scettica. Non sempre lo scrittore divulgativo riesce bene nel ruolo di romanziere. E le prime pagine del romanzo mi facevano propendere per questa idea. Le ho trovate infatti lente, inutili, banali. Non mi piaceva il linguaggio, pur essendo il linguaggio schietto e diretto che tutti gli scrittori moderni dovrebbero usare, per avvicinarsi di più la lettore tipo. Poi… poi la musica è cambiata. Il ritmo è diventato incalzante, gli indizi si sono fatti sempre più interessanti. Ogni volta che sembrava di avere tra le mani il vero colpevole, ecco che l’autore mischiava le carte in tavola, facendoti ritornare al punto di partenza.

E poi… la rivelazione finale (che ovviamente non descriverò, per non fare spoiler), che potrebbe essere descritta più o meno così: le apparenze ingannano sempre. E quando pensi che una situazione o una persona siano innocui, è li che dovresti invece tenere la guardia alta. E questo lo scoprirà a sue spese il protagonista del romanzo, Bruno Jordan, giornalista determinato che si caccerà in un bel guaio (che ovviamente non descriverò, sempre per motivi di spoiler).

Non è un thriller estremamente truculento, e rivela un finale inaspettato. Eh già, Polidoro non ci lascia mica tirare un sospiro di sollevo: proprio quando si comincia ad abbassare la guardia, quando si pensa che “tutto è bene ciò che finisce bene”, si sente la terra tremare sotto i piedi!

Mi è piaciuto, lo devo ammettere. Mi è piaciuta la risoluzione del caso, il finale del giallo che non è banale. Ma… si, c’è un ma. Purtroppo anche il  nostro romanziere è caduto un piccolo cliché, tipico di molti thriller. **** ATTENZIONE: PICCOLO SPOLIER***

La collaborazione tra Bruno Jordan e il maresciallo Piras doveva proprio finire nella classica storia d’amore e sesso (anche se solo sfiorato)? E anche quando alla fine l’autore ci mette una toppa (che mica può finire così!), trovo la soluzione forzata e troppo brutale.

Parliamo poi del titolo. Ecco non ho capito molto bene il perché de “il passato è una bestia feroce”. Questo titolo mi aveva fatto presagire una storia truculenta, sanguinaria, che poi tale non si dimostrata. Anche se il finale ci mostra una situazione angosciante, da cui lo stesso autore deve aver tratto spunto da fatti di cronaca (nessuno spoiler qui).

Per il resto, una lettura piacevole. Consigliato? Si, per chi ama un piccolo “depistaggio” rispetto alla trama dei thriller comuni.

 

In Pillole

E anche le vacanze estive sono terminate. Domani si ricomincia (ed è meglio che non penso a cosa troverò al lavoro o mi viene l’ansia). Ma sono state un toccasana e soprattutto un momento per dedicarmi di più alla lettura.

Visto che è  più di un mese che non scrivo, ho deciso di fare veloci recensioni sugli ultimi libri letti, giusto per rendere l’idea.

  1. Una bambina Sbagliata – Chyntia Collu

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La quarta di copertina descriveva il romanzo con parole troppo lusinghiere. Se ben scritto da un punto di vista stilistico e grammaticale, purtroppo non ho gradito la storia. Troppo noiosa, troppo banale. Già l’avvio è dei più usati: la morte del padre per descrivere la propria vita fatta di dolori e di rivalse nella Milano degli anni Sessanta e Settanta. Non brutta, ma purtroppo noiosa. Ho fatto fatica a finirlo.

2. Maigret si Commuove – Georges Simeon

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Un’altra storia di Maigret, ben scritta e diretta, tipico stile di Simeon, che io adoro. Una storia semplice ma dove il delitto, seppur sbagliato, nasconde un’altra ragione. E quello che si credeva banale, non ho è affatto. E, forse, si arriva quasi a provare pena per l’assassino (spero di non aver spoilerato troppo).

3. L’altro capo del filo – Andrea Camilleri 

L'altro capo del filo

Montalbano è tornato. Anche se affetto dalla “vecchiaglie” non perde mai un colpo. Ma a Vigata non sono giorni felici. L’arrivo incessante di navi cariche di profughi rende le notti del commissario pesanti ed interminabili. Un fiume umano, in cerca di salvezza da  un mondo in guerra.

E tra uno sbarco e l’altro, con l’aiuto del professor Osman e Meriam, Montalbano riesce anche ad aiutare una giovane profuga  vittima della violenza degli scafisti.

Ma è proprio in questo momento delicato che capita “l’ammazzatina”: è Elena, la simpatica sarta del paese, dal quale Montalbano si stava facendo confezionare un abito su insistenza dell’eterna “zita” Livia. Un brutale assassinio, a cui nessuno riesce a darsi una spiegazione. Ed ecco che  Montalbano deve tornare ad indagare, andando ben oltre la sua giurisdizione.

Un romanzo che riesce quasi a toccare la bellezza dei primi Montalbano, fortemente attuale.

4. Le case Meldette – AAVV

le case maledette

Il primo amore non si scorda mai. Almeno per quanto riguarda generi letterari.

Affamata lettrice di storie del paranormale, da adolescente divoravo qualsiasi libro sull’argomento. E scrivevo anche molto, di fantasmi.

Questa raccolta non è malaccio. Le prime due storie sono molto avvincenti, ben scritte e intriganti, pur seguendo lo stereotipo della casa maledetta.

Le ultime due mi hanno lasciata un pò perplessa, specialmente l’ultima, che di senso non ne aveva alcuno. Ad ogni modo, rimangono pur sempre dei chiari esempi di letteratura del soprannaturale classica, uno stile purtroppo perduto da tempo.

5. Lo strano caso del cane ucciso a Mezzanotte – Mark Haddon

Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte

Christopher Boone ha 15 anni, ma non è un ragazzo normale. Soffre della Sindrome di Asperger, una forma di autismo. Adora la matematica e la fisica, gli animali. Quello che non comprende, sono gli altri uomini.

Un giorno trova il cane della vicina morto, trafitto da un forcone. Decide di improvvisarsi detective e scrittore di gialli. E indaga, apertamente, contro il parere del padre, che non vuole assolutamente che il figlio parli con i vicini. Ma cosa nasconde tutto questo? Ed è vero che la mamma di Christopher è morta di infarto? E come mai loro e  la vicina, la signora Shears, non sono più amici? Christopher continuerà ad indagare, anche se quello che scoprirà sarà molto di più che “l’assassino” del cane della signora Shears.

Un libro scritto dal punto di vista di un malato di Asperger. Logico ma al tempo stesso sconclusionato, quasi allucinato, che da un senso di ansia e impotenza. Un viaggio nella mente di un malato che il mondo vuole non vedere, che considera forse ritardato, autistico e da evitare. Un libro che ci proietta nel corpo di Christopher e ci fa capire quando sia difficile, a volte, stare al mondo quando si è “diversi”. E quanto i “normali”, alla fine, siano proprio loro i “diversi”. Senza eccezione alcuna.

 

The Final Journey

The sliding door of the railway truck closed with a deafening clang

the final journey

 

***ATTENZIONE SPOILER***

Cosi’ inizia il viaggio di Alice, undici anni, quasi dodici. Cosi’ comincia il viaggio di migliaia di Ebrei, vittime della follia nazista.

Non sa niente, Alice. Sa della guerra, ma questo e’ tutto. Crede che i suoi genitori siano andati in clinica a curarsi, Alice. E non li ha piu’ rivisti tornare. Ed ogni volta che domanda ai nonni quando mamma e papa’ torneranno, la loro risposta e’ sempre vaga.

Poi arriva quel giorno in cui uomin in divisa vengono a prenderli, e li trascinano su quel treno. Destinazione sconosciuta.

E’ un libro breve, questo, ma ricco di intensita’. Un libro che si fa fatica a leggere, per alcuni tratti. Si sente quasi lo sferragliare del treno, il rumore sordo delle rotaie. E poi la fame, la sete, il caldo, il terribile olezzo degli escrementi. E poi la morte. Nemica onnipresente, quasi ad annunciare quello che aspetta Alice alla fine di quel viaggio allucinante.

Un viaggio di crescita. Il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, alla consapevolezza dell’orrore, della morte. Sale bambina, Alice, su quel treno. Ci sente quasi donna. Traumatizzata, indurita da quel viaggio all’inferno.

Il finale, aperto, non lascia certo speranza nel lettore. Perche’ non esiste la speranza, nei campi di concentramento. E le braccia aperte di Alice, in attesa dell’acqua che scrosci su di lei, purificandola, sono simbolo di un triste presagio, che non puo’ non attanagliare il lettore.

Un po’ vago, in alcuni punti. E soprattutto dal vago sapore di deja-vu nella scena in cui Alice racconta della sua vita nello scantinato di casa sua e della misteriosa defezione che ha fatto arrestare lei e i nonni.

Questo libro, purtroppo, non e’ reperibile in lingua italiana. Ed e’ inoltre l’unico tradotto inglese dell’autrice tedesca Gudrum Pausewang. Ne consiglio comunque la lettura, come ennesima testimonianza, indiretta, dell’orrore nazista. Senza pretese di totale veridicita’ storia. Senza il pathos freddo del superstite. Per narrare. Per non dimenticare.

 

…E comunque non sono scoraggiata!

Capita che si legga un autore per la prima volta e lo si ami. Capita che si legga un autore per la prima volta e lo si odi. E poi capita che si legga un autore per la prima volta, non lo si capisca appieno, ma la voglia di leggerlo ancora rimane. Questo e’ quello che mi e’ successo dopo aver letto per la prima volta Erri De Luca.

Io sono fatta cosi’. Adoro la scoperta. Leggere sempre qualcosa di nuovo. La trama di questo libro mi aveva intrigata ed avevo deciso di procurarmente una copia e scoprire questo nuovo, formidabile autore. La prima impressione avuta e’ stata come di smarrimento, come di non capire bene dove lo scrittore volesse parare, situazione che ha pero’ generato una curiosita’ maggiore. Specialmente per la poesia di cui e’ infarcita la sua prosa. Questo e’ successo, dopo aver letto “Storia di Irene”.

Storia di Irene – Erri De Luca

storia di Irene

“Irene ha gli occhi tondi dei pesci, degli uccelli, dei mammiferi. Neanche nel sorriso accennano alla piega obliqua”

Irene ha quattordici anni e vive su un’isola grega. E’ orfana. Di notte va in mare e si unisce ai delfini, la sua vera famiglia.

Irene ha quattordici anni ed e’ incinta. Incontra uno scrittore (lo stesso De Luca?) e decide di raccontargli la sua storia.

Una storia singolare, quella di Irene. Di una bambina umana, che umana non e’. Una storia confusa, lirica e a tratti inverosimile. Che scorre tranquilla come le onde del mar Egeo.

Ma chi e’ Irene? La musa stessa della scrittura, che si avvicina solo a chi veramente merita di conoscerla? La sintesi stessa della vita? Questo e’ il punto che mi e’ risultato poco chiaro. Forse possiamo vedere Irene come la narrazione stessa dello scrittore, che una volta terminata la sua funzione puo’ anche cessare di esistere. O forse lo scopo della vita stessa.

Come opera prima, forse, ho scelto male. Ho forse mi sono avvicinata a questo romanzo nel modo sbagliato, pensando di trovare una storia di facile comprensione, come molti romanzi moderni, e non piu’ preparata alla pura poesia che e’ la letteratura.

Piu’ semplici gli altri due racconti contenuti nel romanzo, un sorta di racconto biografico dello scrittore e della sua Napoli, buona e crudele allo stesso tempo. Bellissimi nella loro poesia letteraria. Commoventi. Sintesi della realta’.

E’ stato questo che mi ha spinto per continuare con questo autore, per scoprirne altre opere, assaporare la sua produzione letteraria, quella poesia che non ho piu’ trovato in altri romanzi contemporanei dopo “Diceria dell’untore”. Questo, che mi ha fatto nascere in me il desiderio di continuare, di sentire ancora quelle parole, non importa se non sempre comprensibili. Perche’ se il cervello non comprende, l’anima e il cuore ne colgono il significato. E ne rimangono rapiti, persi, nella poesia che e’ la vera letteratura.

Grazie Erri De Luca. Sei riuscito a farmi sognare.

 

 

Ieri come oggi: la storia si ripete

Di Danila Comastri Montanari piace il modo in cui descrive, in modo minuzioso e preciso, la vita quotidiana dei Romani di duemilla anni fa. Un mondo che, pur essendo cosi’ lontano dal nostro, pur essendo stato dilaniato dalle invasioni barbariche e dal Cristianesimo, conserva ancora intatto il suo fascino e il suo potere. Non e’ un caso che, le grandi opere costruite al tempo dei Cesari, siano ancora in piedi e ci ammirate in tutto il mondo!

Ma quello che colpisce di piu’ e’ come la storia, in Duemila anni, non faccia altro che ripetere se stessa. Questo sapore di deja-vu si respira in ogni romanzo di questa scrittrice bolognese, in cui la corruzione, il malcostume, le sofferenze e le ingiustizie siano le stesse di oggi. E questo romanzo non fa eccezione.

Nemesis

Nemesis

Anno 25 dopo cristo. Una legione romana stermina un intero villaggio ai confini del Causaso, dando fuoco alle baracche e ai cadaveri dei suoi abitanti, donne, uomini e soprattutto bambini. Un’azione difensiva, la chiamano. Quel villaggio era un covo di ribelli.

Vent’anni dopo nessuno ricorda la vecchia strage. Fino a quando una misteriosa donna dall’aspetto esotico non riapre antiche ferite che si credevano rimarginate. Infatti essa si presenta in casa del senatore Stazio, in piena notte, confessandogli di aver rapito l’amica Pomponia e di essere disposta a liberarla ad una sola condizione: che trovi ed uccida i soldati di quella divisione che vent’anni prima massacrarono il suo villaggio. Lei e’ l’unica superstite, fintasi morta per salvare la pelle. Nemesis il suo nome.

Aurelio non puo’ fare altro che chinare il capo e obbedire, andando immediatamente alla ricerca di vecchi soldati. Solo per rendersi conto che qualcuno ha cominciato il lavoro che Nemesi aveva assegnato a lui. Furioso, cerca la donna per cercare di fermarla, convinto sia lei l’assassina. Eppure Nemesis non c’entra niente. Chi puo’ avere allora interesse ad uccidere gli ex soldati? Quale verita’ nasconde quella guerriglia di vent’anni prima? O si dovrebbe chiamarla strage?

Questo romanzo pone l’accento su due temi ancora molto caldi oggigiorno, specialmente dopo le stragi terroristiche degli ultimi tempi: la vendetta e le menzogne che ci propinano ogni giorno i governi per nascondere le proprie malefatte. Non e’ difficile vedere la strage dei poveri abitanti del villaggio del Caucaso come i Ceceni, i Siriani e gli innumerevoli morti in molte zone di guerra. Non e’ complicato sentire pomposi potenti proclamare con voce agnellata “erano dei nemici, ci siamo difesi”. Non e’ forse anche oggi che gli innocenti pagano per i colpevoli? Non succedere proprio magari ora che dei bambini vengano massacrati per stanare i terroristi? Non e’ forse una realta’ attuale prendersela con gli innocenti accusandoli di crimini atroci mai commessi? Il razzismo di allora e’ il razzismo di oggi.

Un libro ambientato Duemila anni fa. Ma dove non e’ difficile riconoscere la misera faccia dell’Europa, dell’America, della Russia di oggi, che in nome di un’inesistente difesa non esita a sacrificare chi non c’entra niente sull’altare dell’orgoglio, del potere e del denaro.

 

Con gli occhi dei vinti

Di Helga Schneider ho sempre apprezzato lo stile asciutto, privo di fronzoli e diretto dei suoi romanzi di stampo autobiografico. Abile narratrice, descrive i fatti cosi’ come sono stati, senza aggiungere romanticismo e senza essere petulante. La guerra e’ stata un grande trauma, e come tale la descrive, ma in modo concreto.

Meno piacevoli sono state le sue prove di scrittrice di fiction, nel quale ho notato poco pathos e coinvolgimento, mostrando una storia fredda e molto simile alla descrizione di fatti.

Questo nuovo romanzo autobiografico , “Io Piccola Ospite del Fuhrer” e’ stato abbastanza gradevole, anche se purtroppo non una delle migliori prove della Schneider narratrice. Tanto per capirci, lontano anni luce da “Lasciami andare madre”, per me il migliore e il piu’ riuscito, e “Il rogo di Berlino”, dove la sua traumatica infanzia, con una matrigna che la detesta e la guerra che la schiaccia, prendono forma in un racconto straziante.

Io, piccola ospite del Fuhrer 

io piccola ospite del fuhrer

Helga Schneider, durante gli utimi mesi della guerra, era stata una dei bambini “privilegiati” ad essere ospitati nel bunker di Hitler. Un’ultima, pietosa, manovra propagandistica per mostrare vivo un regime ormai morto e in decomposizione. Quello che si trovera’ davanti non e’ poiu’ il grande fuhrer tanto favoleggiato dalla propaganda nazista, ma una vecchio sconfitto, tremante, vecchio oltre la sua reale eta’, con la mano debole e sudaticcia e il corpo sfatto. Quasi a mostrare il destino che sta per attendere il grande Reich, Hitler incarna il viale del tramonto di un delirio millenario ormai al termine. Di li a pochi mesi, si suicidera’ con l’amante e altri gerarchi nel suo bunker, lasciando il popolo tedesco in balia dei conquistatori e della disfatta.

Un romanzetto breve, diretto, cosa che mi e’ piaciuta. Nota dolente, purtroppo, sono le divagazioni che l’autrice sembra fare per, come dire, “allungare la minestra”, per rendere piu’ corposo un romanzo che, forse, non aveva tanto ragione di esistere. Ho trovato a volte fastidiose le interferenze tra presente e passato, tra la Helga bambina e la Helga adulta.  Molto di quello narrato in questo libretto era gia’ stato descritto ampiamente in “il rogo di Berlino”, mentre qui non si fa altro che ripetere la storia con piu’ dettagli.

Una cosa importante, pero’, merita di essere sottolineata in questo romanzo. Il fatto che i tedeschi, o almeno alcuni, sapevano dei campi di sterminio e non solo approvavano, ma anche elogiano la decisione. Il discorso origliato dalla bambina tra due mamme tedeschi riuguardo alla sorte degli ebrei e il loro approvare tale orrenda fine, fa provare un lieve brivido lungo la schiena. E quello che terrorizza di piu’ e’ che fino alle fine certa gente, come la zia di Helga, abbia elogiato l’operato di Hitler, per poi chiudersi un ostentato mutismo di fronte alla palese sconfitta, la fame, i bombardamenti, gli strupri dei Sovietici.

E quando ho chiuso il volumetto, non ho potuto fare a meno di pormi la seguente domanda: il popolo tedesco si e’ veramente meritato lo sfacelo che ha dovuto subire? O forse e’ stato vittima della propria stessa follia?

Un romanzo visto con gli occhi dei vinti, attraverso lo sguardo innocente di una bambina, suo malgrado, messa di fronte all’odio e la violenza insulsa della guerra.

Nuovi propositi per il 2016

Quando guardo la data dell’ultimo post scritto mi vergogno di me stessa: 2 mesi senza scrivere una riga! Che fine hanno fatto i buoni propositi del 2015? La stessa fine di quelli del 2014: al vento.

Devo darmi una svegliata. Devo cambiare tattica. E visto che tutto dipende solo da me e se non scrivo non e’ solo perche’ sono stanca e ho altro da fare, ma soprattutto per pigrizia, ho deciso di postare non appena finisco un libro. Questo e’ il mio buon proposito per il 2016. che era lo stesso del 2015, che poi era lo stesso del 2014, che ero quello che avevo pianificato per il 2013 e avevo programmato nel 2012. Ripeto: che vergogna!

Ma ora entriamo nel vivo del discorso. Come ogni anno, mi sono riproposta di leggere almeno 30 libri. Dico “almeno 30”, perche’ di solito nel leggo di piu’ (34 nel 2015, un po’ pochini, se paragoniamo alla lettura di ben 37 libri nel 2014). Diciamo che questo traguardo e’ una specie di boa di salvataggio che mi spinge a leggere e a cercare sempre nuovi stimoli di littura, che senno’ andrebbero felicemente a farsi benedire come i buoni propositi sopra elencati. Forse dovrei creare una sfida di post, giusto per darmi da fare.

Comunque, quest’anno mi sono ripromessa di leggere almeno trenta libri, di cui due gia’ divorati e di lettura abbastanza piacevole, di cui ne tessiro’ le lodi (o i demeriti) qui sotto.

  1. Ritorno sul Don – Mario Rigoni Stern

ritorno sul Don

Una piacevole raccolta di racconti, dal forte sapore autobiografico, qulla presentata in questo volume. Un insieme di storie della ritirata di Russia, di umanita’ inaspettata e di dolore incomprensibile per noi profani. Rigoni Stern rievoca l’esperienza traumatica della ritirata di Russia, in cui morirono migliaia di soldati italiani, e di cui lui fu uno dei pochissimi, fortunati, sopravvissuti. Storie dove non c’e’ posto per l’odio, ma solo per il ritorno maliniconico di quella gioventu’ perduta nelle nevi della grande Russia. Frammenti di vite perdute, di momenti catartici, di ricordi lievi. Significative due storie che ho trovato particolamente toccanti: “In un villaggio sepolto nella balca” e il racconto che da il titolo a questa raccolta, “Ritorno sul Don”W.

Nel primo racconto, uno dei pochi a non avere come protagonsta lo scrittore, ci troviamo di fronte alla rivelazione di un soldato italiano che, per sfuggire al freddo, si rifugia in un’isba russa, facendo una sconvolgente scoperta che cambiera’ per sempre la sua esistenza. Anche qui, la violenza della guerra lascia spazio per un attimo al calore dell’umanita’, mostrandoci come la guerra, nella sua infinita potenza distruttiva, non riuscira’ mai a cancellare completamente il calore umano in ogni individuo.

“Ritorno sul Don”, invece, e’ la cronaca di un ritorno. Il ritorno, appunto, dell’autore sulle rive di quel grande fiume russo che tante vite italiane chiamo’ a se. Ormai anziano e in pensione, Rigoni Stern decide di ritornare in Russia. Ma la grande Russia che si trova davnti e’ ora un’oasi di pace e di felicita’, e il grande Don risuona di silenzio e di tranquillita’. Cullato da quella pace, Rigoni Stern saluta con grande commozione i suoi compagni che li, molti anni prima, hanno lasciato le loro giovani vite, e che ora ripostano tranquilli nella pace delle grandi steppe russe. Significativo e particolarmente toccante, il seguente passaggio: “Ecco sono ritornato a casa ancora una volta; ma ora so che laggiu’, quello tra il Donez e il Don, e’ diventato il posto piu’ tranquillo del mondo. C’e una grande pace, un grande silenzio, un’infinita dolcezza. La finestra della mia stanza  inquadra boschi e montagne, ma lontano, oltre le Alpi, le pianure, i grandi fiumi, vedo sempre quei villaggi  e quelle pianure dove dormono nella loro pace i nostri compani che non sono tornati a baita

Quando anche l’ultimo sopravvissuto della guerra avra’ per sempre chiuso gli occhi (e ormai ne restano veramente pochi), questi ricordi faranno si che i loro ricordi vivano per sempre, a monito, della tragicita’ e della totale inutilita’ della guerra.