Due in uno (in ritardo, come al solito)

Ancora un mese di silenzio, purtroppo dovuto a motivi personali che non starò qui ad elencare, semplicemente perché questo blog non è un posto dove esprimo i miei pareri personali, se non legati alle mie letture.

Due libri. Due aspettative settate troppo in alto. Uno, una delusione quasi totale. L’altro, seppure bello, forse un po’ troppo prevedibile.

Siccome questi due libri avrebbero dovuto essere recensiti in due post separati (di cui uno preparato un mese fa circa), saranno presentati con due sottotitoli differenti.

1/ RIDATECI ROBIN WILLIAMS!

madame-doubtfire

Mi è capitato molto spesso di leggere libri e poi vederne le trasposizioni cinematografiche. Molte erano piuttosto fedeli al testo originale. Altre, totalmente fuori tangente. Ma è la prima volta  che mi capita di notare quando la trasposizione cinematografica di un libro ne abbia in realtà migliorato gli aspetti e la storia.

Ho adorato “Mrs Doubfire” fin dalla prima volta in cui lo vidi. E non solo perché ho sempre ammirato Robin Williams, attore di grande talento e versatilità. La storia di un padre disposto a travestirsi da donna pur di stare con i propri figli era divertente, originale e, al tempo stesso, faceva riflettere sull’amore di un padre per i propri figli e di cosa sarebbe stato disposto a fare per loro.

Quando seppi che in realtà il film era stato tratto da un libro, volli a tutti i costi leggerlo, convinta di trovarmi di fronte ad un bellissimo racconto, forse addirittura migliore del film.

Lo cercai per mesi, senza trovarlo. Poi me lo trovai magicamente davanti, quasi in un caso di serendipità, mentre cercavo un altro volume. In una libreria di libri usati, a Cork. Non mi feci scappare l’occasione.

Lo portai a casa e iniziai subito a leggerlo. E, già dalle prime pagine, mi resi conto che, se lo avessi lasciato li tranquillo insieme ad altri libri, non avrei fatto una cosa tanto sbagliata.

Dire che il libro non sia all’altezza del film è riduttivo. Il libro è tutt’altra cosa rispetto al film. Ne calca i nomi, la situazione, ma non l’aspetto psicologico dei personaggi, che risultano completamente diversi dal film.

***ATTENZIONE SPOILER***

Nel film Daniel Hillard è un padre amorevole, forse un po’ bislacco e anche leggermente infantile, ma pur sempre un ottimo padre. E soprattutto continua a provare sentimenti verso la moglie Miranda, nonostante il divorzio incombente. Nel libro Daniel è uno sfaccendato che sbarca il lunario facendo il modello nudo e che odia profondamente la ex moglie Miranda, e non manca di esternarlo in modo molto palese di fronte ai figli Christopher, Lydia e Natalie. Tre poveri bambini visibilmente traumatizzati, sballottati e sfruttati da genitori perennemente in lotta tra di loro. Miranda è una nevrotica arrogante, odiosa e manipolatrice, e stimola nel lettore la voglia di prenderla ripetutamente a bottigliate in faccia.

Inoltre la trasformazione in Madame Doubtfire, da parte di Daniel, è assolutamente ridicola e poco credibile. Com’è possibile che, con l’ausilio di un pò di fondotinta, un turbante e degli stivali possa non essere riconosciuto dalla moglie, ma venga invece riconosciuto immediatamente dai figli? Almeno nel fil assistiamo ad uno sforzo maggiore di rendere la presenza di Mrs Doubfire il più veritiera possibile.

Un po’ di sconvolgimento emozionale lo vediamo solo alla fine, dopo la violenza sfuriata dei figli di fronte all’ennesima litigata dei genitori, che da modo ad entrambi di rendersi conto che, forse, hanno un tantino esagerato.

Il tutto retto da una trama labile e banale, dialoghi noiosi e situazioni che avrebbero potuto benissimo non esistere. In poche parole, ridateci Robin Williams!

2/ TROPPO VECCHIA PER CERTE STORIE

le-terrificanti-storie-del-vascello-nero

Che si tratti di un romanzo per ragazzi, lo si capisce già dalla copertina. Ma, da sempre “innamorata” di storie di fantasmi, non ho saputo resistere alla quarta di copertina.

La storia, o meglio le storie, in se non sono male. Sono ben scritte e ben caratterizzate. Certo, legate molto ai cliché tipico delle storie di fantasmi e horror (i classici vampiri nel racconto “Piroska”) anche se non mancano spunti originali (interessante la storia “Irezumi”, dove l’orrore è legato al mondo dei tatuaggi, “la forza della natura”, dove creature all’apparenza innocue si rivelano essere in realtà mostri terrificanti).

Quello che, purtroppo, mi ha lasciata molto delusa è stato il finale, dal forte sapore di “già visto, grazie”, e soprattutto decisamente troppo prevedibile.

Chissà, forse per un pubblico adolescenziale questo sarebbe stato un gran bel colpo di scena. Per me, sa di minestra riscaldata. Forse sono troppo vecchia per questo genere di storie.

Annunci

Come tutto ebbe inizio

Ve l’ho gia’ detto che mi piace Georges Simeon? Il suo stile asciutto, diretto, senza stupidi fronzoli e inutili ridondanze? Per me Maigret e’ stata una piacevole scoperta, specialmente in questo momento, in cui mi sto appassionando molto al giallo (anche in vista di un futuro romanzo del genere 😉 )

Questo romanzo mi e’ capitato sottomano durante una delle mie tante incursioni piratesche presso le librerie di zona, durante i miei ritorni in patria, per obiettivo vacanze. L’ho visto li, con la sua bella copertina gialla, che mi guardava come per dire “lo so che muori dalla voglia di leggerrmi”. Che dovevo fare? Ho ceduto alla “violenza”.

Questo e’ un romanzo che narra la vita di Maigret prima che diventasse il celebre commissario, scritto dopo i famosi romanzi ma orientato alle origini.

la prima indagine di Maigret

Maigret non e’ ancora commissario, ma un giovane segretario del commissario di zona. Relegato a svolgere mansioni secondarie, all’ombra del suo capo, guardato dall’alto verso il basso dagli ispettori del suo distretto e non solo, una notte del 1913 gli capita per le mani il caso che, forse, cambiera’ la sua monotona vita di poliziotto. Un giovane flautista arriva in commissariato denunciando un omicidio. Dice di aver sentito un urlo di donna chiamare aiuto e un colpo di pistola. Solo che quando Maigret si trova di fronte al luogo del “delitto”, il giovane si rende subito conto che le cose non saranno cosi’ semplici. E per due motivi: primo, la famiglia coinvolta e’ una delle piu’ importanti Parigi (nonche’ amici intimi del suo commissario). Secondo, il cadavere non si trova.

La prima indagine di Maigre giovane e’ un crescendo di indizi e insabbiamenti, prove celate e false, ubriacature e botte in testa. Ma soprattutto un indagine che mette in mostra quando il potere del denaro e politico possa influire sulla soluzione di un caso e quanto la polizia sia disposta a chiudere non uno, ma entrambi gli occhi se gli indiziati possiedono molti quattrini.

Vedremo un Maigret umano, fragile, determinato e frustrato di fronte al muro di omerta’ che lo circonda. Disposto a tutto, pur di risolvere il caso. Anche di rischiare la sua stessa vita.

Che dire? Un bellissimo esordio, giovane Maigret!

Ora non mi resta che leggere tutte le decine di romanzi su Maigret. Credo ci mettero’ un po’. Ma non ho fretta, io 🙂

 

The Final Journey

The sliding door of the railway truck closed with a deafening clang

the final journey

 

***ATTENZIONE SPOILER***

Cosi’ inizia il viaggio di Alice, undici anni, quasi dodici. Cosi’ comincia il viaggio di migliaia di Ebrei, vittime della follia nazista.

Non sa niente, Alice. Sa della guerra, ma questo e’ tutto. Crede che i suoi genitori siano andati in clinica a curarsi, Alice. E non li ha piu’ rivisti tornare. Ed ogni volta che domanda ai nonni quando mamma e papa’ torneranno, la loro risposta e’ sempre vaga.

Poi arriva quel giorno in cui uomin in divisa vengono a prenderli, e li trascinano su quel treno. Destinazione sconosciuta.

E’ un libro breve, questo, ma ricco di intensita’. Un libro che si fa fatica a leggere, per alcuni tratti. Si sente quasi lo sferragliare del treno, il rumore sordo delle rotaie. E poi la fame, la sete, il caldo, il terribile olezzo degli escrementi. E poi la morte. Nemica onnipresente, quasi ad annunciare quello che aspetta Alice alla fine di quel viaggio allucinante.

Un viaggio di crescita. Il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, alla consapevolezza dell’orrore, della morte. Sale bambina, Alice, su quel treno. Ci sente quasi donna. Traumatizzata, indurita da quel viaggio all’inferno.

Il finale, aperto, non lascia certo speranza nel lettore. Perche’ non esiste la speranza, nei campi di concentramento. E le braccia aperte di Alice, in attesa dell’acqua che scrosci su di lei, purificandola, sono simbolo di un triste presagio, che non puo’ non attanagliare il lettore.

Un po’ vago, in alcuni punti. E soprattutto dal vago sapore di deja-vu nella scena in cui Alice racconta della sua vita nello scantinato di casa sua e della misteriosa defezione che ha fatto arrestare lei e i nonni.

Questo libro, purtroppo, non e’ reperibile in lingua italiana. Ed e’ inoltre l’unico tradotto inglese dell’autrice tedesca Gudrum Pausewang. Ne consiglio comunque la lettura, come ennesima testimonianza, indiretta, dell’orrore nazista. Senza pretese di totale veridicita’ storia. Senza il pathos freddo del superstite. Per narrare. Per non dimenticare.

 

quote 07/06/2016

 

Ultimately, our battle is with ourselves. Whether in our activities in society, or whether in historical, political or economic developments, everything essentially boils down to a struggle between positive and negative forces.

tempesta

 

Alla fine la nostra battaglia si combatte con noi stessi. Che sia un’attivita’ sociale, storica, p0litica o di sviluppo personale, tuto alla fine si riduce ad una lotta tra le forze positive e quelle negative

Il grande ritorno

Vergogna. Quasi quattro mesi senza fare post. Ma la colpa e’ solo mia e della mia pigrizia. Del fatto che non sono abbastanza disciplinata.

Ogni volta la stessa storia. Mi siedo di fronte al computer, poi mi dico: no, lo facciamo domani. E cosi’, un giorno tira l’altro, siamo arrivati quasi a giugno.

Ma oggi, in questa giornata estiva irlandese con il sole che spacca le pietri (finche’ dura) ho preso una memorabile decisione: cerchero’ di scrivere un post al giorno. Anche non relativo alle recensioni. Semplicemente un post, magari una sola frase, una citazione che mi e’ rimasta particolarmente in mente o un “quote” che mi ha cambiato la giornata. Cominciando da oggi, e non da domani, come mi ero prefissata stamattina. Scusandomi profusamente per questa latitanza.

 

SONY DSC

 

Nessuna notte e’ tanto lunga da impedire al sole di risorgere 

Con gli occhi dei vinti

Di Helga Schneider ho sempre apprezzato lo stile asciutto, privo di fronzoli e diretto dei suoi romanzi di stampo autobiografico. Abile narratrice, descrive i fatti cosi’ come sono stati, senza aggiungere romanticismo e senza essere petulante. La guerra e’ stata un grande trauma, e come tale la descrive, ma in modo concreto.

Meno piacevoli sono state le sue prove di scrittrice di fiction, nel quale ho notato poco pathos e coinvolgimento, mostrando una storia fredda e molto simile alla descrizione di fatti.

Questo nuovo romanzo autobiografico , “Io Piccola Ospite del Fuhrer” e’ stato abbastanza gradevole, anche se purtroppo non una delle migliori prove della Schneider narratrice. Tanto per capirci, lontano anni luce da “Lasciami andare madre”, per me il migliore e il piu’ riuscito, e “Il rogo di Berlino”, dove la sua traumatica infanzia, con una matrigna che la detesta e la guerra che la schiaccia, prendono forma in un racconto straziante.

Io, piccola ospite del Fuhrer 

io piccola ospite del fuhrer

Helga Schneider, durante gli utimi mesi della guerra, era stata una dei bambini “privilegiati” ad essere ospitati nel bunker di Hitler. Un’ultima, pietosa, manovra propagandistica per mostrare vivo un regime ormai morto e in decomposizione. Quello che si trovera’ davanti non e’ poiu’ il grande fuhrer tanto favoleggiato dalla propaganda nazista, ma una vecchio sconfitto, tremante, vecchio oltre la sua reale eta’, con la mano debole e sudaticcia e il corpo sfatto. Quasi a mostrare il destino che sta per attendere il grande Reich, Hitler incarna il viale del tramonto di un delirio millenario ormai al termine. Di li a pochi mesi, si suicidera’ con l’amante e altri gerarchi nel suo bunker, lasciando il popolo tedesco in balia dei conquistatori e della disfatta.

Un romanzetto breve, diretto, cosa che mi e’ piaciuta. Nota dolente, purtroppo, sono le divagazioni che l’autrice sembra fare per, come dire, “allungare la minestra”, per rendere piu’ corposo un romanzo che, forse, non aveva tanto ragione di esistere. Ho trovato a volte fastidiose le interferenze tra presente e passato, tra la Helga bambina e la Helga adulta.  Molto di quello narrato in questo libretto era gia’ stato descritto ampiamente in “il rogo di Berlino”, mentre qui non si fa altro che ripetere la storia con piu’ dettagli.

Una cosa importante, pero’, merita di essere sottolineata in questo romanzo. Il fatto che i tedeschi, o almeno alcuni, sapevano dei campi di sterminio e non solo approvavano, ma anche elogiano la decisione. Il discorso origliato dalla bambina tra due mamme tedeschi riuguardo alla sorte degli ebrei e il loro approvare tale orrenda fine, fa provare un lieve brivido lungo la schiena. E quello che terrorizza di piu’ e’ che fino alle fine certa gente, come la zia di Helga, abbia elogiato l’operato di Hitler, per poi chiudersi un ostentato mutismo di fronte alla palese sconfitta, la fame, i bombardamenti, gli strupri dei Sovietici.

E quando ho chiuso il volumetto, non ho potuto fare a meno di pormi la seguente domanda: il popolo tedesco si e’ veramente meritato lo sfacelo che ha dovuto subire? O forse e’ stato vittima della propria stessa follia?

Un romanzo visto con gli occhi dei vinti, attraverso lo sguardo innocente di una bambina, suo malgrado, messa di fronte all’odio e la violenza insulsa della guerra.

Il meglio e il peggio

Vergogna. E pensare che ogni giorno, al sorgere del sole, me lo ripetevo: oggi scrivo sul blog. Poi arrivava la sera e, una cosa tira l’altra, trovavo sempre una scusa per non scrivere. E sono stanca. E preferisco leggere. Eccetera.

Poi passa piu’ di un mese e ti rendi conto di aver letto abbastanza libri da scrivere piu’ di un post e allora preferisci solo fare un “riassunto ” dei libri letti e fare una recensione del piu’ bello e del piu’ brutto letto. Ed e’ quello che faro’.

Riassunto delle puntate precedenti

1)La modista -> Andrea Vitali.

la m odist

Finito di leggere: 10 settembre 2015.

Un classico di Vitali. Una bella donna, un maresciallo dei carabinieri donnaiolo, un furto sventato. Una storia di guardie, ladri e… donne, in salsa tipicamente comica tipica dello stile di Vitali. Una Bellano degli anni 50 fresca, allegra e chiacchierona. Per farsi due risate in tranquillita’

2) Saturnalia –> Danila Comastri Montanaari.

saturnalia

Finito di leggere: 8  ottobre 2015.

Una nuova indagine del senatore Publio Aurelio Stazio. Chi ha insanguinato la notte dei Saturnalia con un terribile delitto, mentre schiavi e padroni si divertivano senza pensieri? Un’indagine pericolosa per il senatore Stazio, la piu’ pericolosa di tutta la sua carriera. Perche’ non si tratta di semplici morti ammazzati. Quello che li lega e’ un filo che portera’ a scuotere le fondamenta di Roma stessa. Un bellissimo affresco storico tipico della Montanari, dove non possiamo fare a meno di rivedere l’Italia di oggi… duemila anni fa!

3) Tabula Rasa –> Danila Comastri Montanari

tabula rasa

Finito di leggere: 20 ottobre 2015

Un’indagine tutta egiziana per il senatore Stazio, impegnato in una difficilissima trattativa di pace con i nemici storici di Roma, i Parti. Una trattativa disturbata dal ritrovamento del cadavere di una giovane donna. Unico segno di riconoscimento: un ciondolo con un’effige della dea Baast, la dea gatto. Una seguace della dea? Ma non finisce qui. Un altro cadavere viene ritrovato nel giardino della villa egizia del senatore, un’altra donna, ma morta molto tempo prima. Che cosa avranno in comune queste due strane morti? Un’altra indagine pericolosa per Stazio, soprattutto quando c’e in gioco la pace dell’Impero stesso.

Ma ora entriamo nel vivo…

Il piu’ bello…

Il sergente nella neve – Mario Rigoni Stern

il sergente nella neve

Finito di leggere: 24 settembre 2015

Vi era un bel sole: tutto era chiaro e trasparente, solo nel cuore degli uomini era buio. Buio jcome una notte di tempesta su un oceano di pece.

Il Sergente nella neve, pagina 48

Ho scelto questa frase perche’ emblematica e soprattutto il sunto dell’anima stessa del romanzo. La ritirata di Russia e i suoi orrori, visti con gli occhi di chi era li, di chi ha sofferto la fame, il freddo, la stanchezza, il gelo. Di chi aveva perso ogni speranza di tornare a casa vivo, di rivedere la baita, la fidanzata, la famiglia, il paese.

Poco piu’ che ventenne, Mario Rigoni Stern. E gia’ uomo, di fronte ad un orrore piu’ grosso di lui. Una storia narrata senza retorica, senza falsi sentimenti, senza troppa empatia. Una storia cruda, scritta cosi’ come vissuta. Solo sangue, senza tragedia. Solo tragedia, senza parole grosse. Solo morte, neve, dolore.

Si era li, con Mario. Si soffriva, con Mario. Si vedeva la morte, si pensava agli amici persi in battaglia, si vedeva i loro visi smorti, si cerca di capire quali fossero stati i loro ultimi pensieri, prima di chiudere gli occhi per sempre. Abbandonati, nella neve, nella tormenta. I tanti morti, che mai videro “baita”.

Ce l’ha fatta, Mario Rigoni Stern. E ci ha regalato questa forte e meravigliosa testimonianza.

Non diro’ altro. Le parole potrebbero solo morire in stupida retorica. Bisogna leggerlo, con il cuore, con l’anima. Per ascoltare il grido di chi riposa ancora la, nel freddo delle steppe russe, con ancora nelle orecchie il fischiare delle artiglierie nemiche. E forse, per puro caso, una lacrima scendera’ sul viso e per un attimo si diventera’ soldato, nella neve della Russia infinita.

…E il piu’ brutto!

Morte in mare aperto e altre indagini del giovane Montalbano – Andrea Camilleri

morte in mare aperto

Finito di leggere: 18 settembre 2015

Con tutto rispetto per Camilleri, che stimo moltissimo come il bravissimo romanzieri quale egli e’, devo ammettere che questo libro e’ stato un flop colossale.

Sulla scia della serie TV con protagonista un giovane commissario Montalbano, e’ nato questo libro, che avrebbe potuto anche non essere scritto.

Quello che mi e’ sempre piaciuto dei romanzi con protagonista il piu’ famoso commissario d’ Italia, ovvero le trame interessanti e  ragionate, mancano totalmente in questi racconti. Fin dall’inizio, si capisce subito chi e’ l’assassino. I personaggi sono banali, caricature degli originali. Le storie sono noiose e soporifere. Soldi buttati via e tempo perso. O meglio: “nottata persa e figlia femmina” (cit.). Un libro che, anche se non avessi letto, non avrebber fatto differenza nella mia vita. E non aggiungo altro. Altrrimenti divento volgare.

E con questo, per ora, e’ tutto. Un post a parte merita il bellissimo e psicologico romanzo di Shirley Jackson “Incubo di Hill House”. Ma per questo post ho bisogno di raccogliere le idee, e lo scrivero’ prossimamente. Spero non fra piu’ di un mese. :-/

Due mesi – catch up parte seconda

Ditemi se si puo’! Non bastava una coda di lettura lunga da qui a Vladivostok,  ora ci voleva pure la coda di recensioni! La mancanza di internet sul computer personale si fa sentire, e il nuovo computer deve attendere ancora qualche giorno prima di vededre le comode pareti di casa mia. Per il momento, uso il computer con il contagocce, contando sulla generosita’ del boyfriend che, essendo  un nerd di quelli da “zoccolo duro”, ovviamente ha il monopolio quasi assoluto sul suo computer. E mi pare anche giusto, alla fine.

Virginia Woolf scriveva: “una donna deve avere soldi e una stanza tutta per sé per poter scrivere“. Al giorno d’oggi, avere anche un computer tutto per se fa la differenza! Per giunta odio la tastiera inglese, per la mancanza di accenti! Ma passiamo oltre, sperando di ricordarmi cosa ho letto 😛

  1. Un amore di zitella – Andrea Vitali

un amore di zitella

Finito (e iniziato): 21 agosto 2015

Nella Bellano degli anni Sessanta Iole Vergara, trentasette anni, puo’ essere considerata la zitella del paese. Vive da sola in una casetta vistalago, lavora come dattilografa al comune e nelle sere invernali cena con una tazza di caffelatte. Come regalo si e’ comprata un televisore per vedere il Festival di Sanremo, speranza che andra’ in fumo di fronte ad un apparecchio ben lungi dal funzionare.

Iride e’ una collega di Iole, e sta per sposarsi. Iole non puo’ astenersi dal farle un regalo, nonostante non sia stata invitata alla cerimonia. Ma questo e’ un regalo speciale che, per la povera Iole, sara’ l’inizio di una dei piu’ grandi malintesi bellanesi degli anni Sessanta.

Libro leggero e divertente, un amore di zitella e’ soprattutto un altro bello scorcio di quella Bellano protagonista dei racconti di Vitali. A differenza di altri romanzi, questo e’ breve e lineare, con una trama chiara e diretta. Il sogno inconfessato di una donna, che a causa di un equivoco si ritrova nella situazione in cui si era mai trovata prima, ma che per poco non le sfuggira’ di mano. Un romanzo divertente ma velato da una lieve tristezza e malinconia, generat dalla solitudine di una donna all’apparenza felice ma che sotto sotto sogna quello che tutte le donne hanno sognato e, a volte, sognano ancora: un uomo al proprio fianco, che le faccia sentire meno sole.

Un bel romanzetto, che consiglio a tutti.

2. Don Camillo e Don Chichi – Giovannino Guareschi

don camillo e don chichi

finito di leggere: 26 agosto 2015

Don Camillo e’ il prete di Brescello, con mani come due badili e un cuore grande come i suoi enormi scarponi. Ha solo un piccolo problema: iul suo calendario sio e’ fermato al 1666, e sembra non rendersi conto di vivere nel 1966. Per ricordarglielo, viene mandato in canonica il giovane e rampante Don Francesco, detto Don Chichi, prete “del popolo”, sempre pronto a stare, non sempre a ragione, dalla parte del povero.

E poi c’e’ “Caterpillar” detta Cat, la scalmanata nipotina di Don Camillo. E Veleno, ultimo figlio del sindaco Peppone. E con questi ingredienti non possono che nascere scintille.

Ho sempre amato i libri di Guareschi perche’, pur essendo chiaramente di parte, non ha mai puntato il dito contro la persona, ma si e’ sempre limitato a criticare genuinamente l’ideologia. Una penna tagliente quella di Guareschi, che gli ha causato non pochi problemi (a quei tempi i Comunisti non amano molto i commenti negativi). Eppure i suoi personaggi, comunisti o proletari, giovani o vecchi, sono sempre veri e umani, che non si tirano mai indietro quando c’e’ da aiutare chi sta peggio.

Come fanno Cat, Veleno, e i loro amici. Come fa Peppone e pure Don Chichi’. Personaggia veri, che mostrano pregi e difetti, ma mai noiosi o piatti.

Un romanzo velato di malinconia per quel mondo che gia’ negli anni Sessanta, sotto la spinta del miracolo economico, stava ormai lentamente scomparendo. E come accade a Don Camillo, Guareschi cerca di convincersi di non vivere piu’ nel passato, e di accettare il presente, anche se non bello come i nostalgici ricordi di una gioventu’ lontana.

Bello, divertente, a tratti commovente.

In Corpore Sano

Che vergogna! Ancora! Va bene la casa, il lavoro, eccetera ma sono anche io che, la sera, invece di scrivere mi riguardavo le puntate di tutte le stagioni del Dr House. Pigra che non sono altro!

Pigra anche nella lettura, non ho letto molto questo mese. Sto ancora arrancando su “La pianista” che prevedo di finire a breve. Sempre che li sonno non prenda il sopravvento e non mi appisoli dopo sole cinque pagine di lettura! Ma parliamo d’altro

In Corpore Sano – Danila Comastri Montanari

in corpore sano

Finito di leggere: 15 giugno 2015

Ho scoperto questa autrice per caso ed è il terzo libro che leggo. Io, che ho sempre amato i galli ma li avevo abbandonati durante il periodo universitario, considerandoli ingenuamente di livello troppo “basso” per la mia cultura.

Quello che mi piace di questa scrittrice è il periodo storico in cui ambienta i suoi romanzi, l’epoca romana, dandoci una spaccato della vita quotidiana vero e reale, mostrandoci come in duemila anni la società italiana non sia cambiata affatto.

Un epoca tutta da scoprire, molto più moderna di quanto si possa pensare, alla quale dobbiamo molto. Come l’idea della società multietnica e la mentalità molto aperta riguardo a contraccezione e aborto. Ed è proprio la contraccezione e l’aborto uno dei temi di questo romanzo

La storia si apre con il nostro “eroe”, il senatore Publio Aurelio Stazio intendo a gozzovigliare con l’amica Pomponia, grande pettegola dell’urbe, e il suo devoto marito. Ma la quiete del desco viene interrotta da Shula, serva ebrea di un caro amico di Publio, ebreo anch’egli, Mordecai. Sembra sia successo qualcosa di orribile.

Ed infatti qualcosa di terribile è accaduto. Dinah, unica figlia di Mordecai, giace morta. Dissanguata. Sembra che abbia abortito. Un aborto clandestino, inaccettabile per la puritana società ebraica romana. Un atto che mette la povera morta in una luce negativa, come “l’adultera”. Eppure Aurelio non la vede così. E’ sua intenzione trovare il colpevole. Non solo perché lo ha giurato al povero amico, ma anche perché lui ha visto la piccola Dinah crescere e diventare donna e non può tollerare una morte tanto crudele quanto assurda. Anche se questo significa scendere nei bassifondi più sporchi e squallidi di Roma.

Una storia piacevole, di cui ho apprezzato molto le descrizioni degli usi e costumi di epoca romana e l’idea molto progressista su aborto e contraccezione. Una storia viva che ti fa sentire un cittadino di Roma. Una storia dove varie culture si mescolano, mostrando la grande tolleranza che i Romani avevano nei confronti dei popoli a loro soggetti. Ma… ecco c’è una ma. Un qualcosa che, purtroppo ha fatto calare il mio giudizio su questo romanzo.

Tutto procede per il meglio, tenendo il lettore sul filo del rasoio. Eppure il finale, non per spoilerare. ma sembra gettato li a caso. Non esiste un vero e proprio movente per quanto accade. O meglio esiste, ma è assurdo se non ridicolo. Tutto è legato da un filo di cattiveria gratuita e indifferenza che, a ben vedere, fa parte della nostra realtà quotidiana. E che questo finale non mi convince. Come non mi convince la fine, troppo opportunista , che fa l’antagonista. Forse un finale diverso, con altri moventi o un altra fine per il nostro antagonista, poteva ben starci. Specialmente perché si prova simpatia per questo personaggio, non solo per il mestiere che fa ma per come lo fa, in un’epoca come quella romana si progressista, ma comunque chiusa rispetto ad una parte della società. Insomma, lascia con l’amaro in bocca. Ed è un peccato. Davvero.

Con gli occhi dell’occidente

No. Non ha niente a che vedere con il romanzo di Conrad (che, se vogliamo essere onesti, ho trovato di una noia mortale). Ultimamente, però, mi sono ritrovata a leggere due libri che avevano come tema le culture estranee alla nostra occidentale e che ai nostri occhi occidentali potrebbero risultare ostiche e assurde. Eppure fonte di incredibile conoscenza.

Due libri ben diversi. Uno scritto da un membro di questo mondo “fantastico” che è l’oriente, tanto romanzato ai nostri occhi da sembrare quasi magico, ma che di magico non ha nulla. L’altro scritto da un’occidentale, osservatrice più o meno attenta del melting pot di culture che l’Italia sta diventando. Entrambi con risultati ben diversi.

Avrei voluto scrivere questa recensione molto prima, ma causa impegni con una nuova casa, ancora brutto anatroccolo ma sul quale stiamo lavorando per farla diventare un bel cigno, e giornate di lavoro snervanti, alla sera ero troppo stanca pure per pensare di pigiare il pulsante ed accendere il PC.  Ma alla fine ce l’ho fatta. Anche se ancora non so quando ci sarà la prossima recensione. Sarò sicuramente più regolare non appena la ristrutturazione del mio piccolo nido in campagna sarà finita. Prometto.

1. Corto Circuito – Elena Gianini Belotti

corto circuito

Finito di leggere: 22 maggio 2015

Una lettura veloce e leggera. Eppure ci sono un po’ di cose che mi hanno incuriosita. Ma procediamo con ordine.

Una breve raccolta di racconti i cui protagonisti sono extracomunitari alle prese con un mondo diverso dal loro, una lingua incomprensibile, una religione a cui hanno insegnato, spesso, ad essere ostili, gente diffidente e a volte scostante. Racconti brevi, a volte quasi accennati, dove lo straniero, però, diventa solo un “oggetto”, una “cornice” a questa raccolta vista con gli occhi dell’occidentale e, in un certo senso, “inquinata” dal suo giudizio e, forse, anche un po’ dai suoi pregiudizi.

Il titolo, per esempio: “cortocircuito”, è il titolo del secondo racconto, ma onestamente non ce lo vedo molto bene come titolo dell’intera raccolta. In effetti, una raccolta difficile da titolare. Ma questo cortocircuito cos’è? Il nostro modo di pensare, li nostro piccolo mondo occidentale “perfetto” che si scontra con queste nuove culture di cui, molti, avrebbero volentieri fatto a meno? Il cortocircuito, la “distruzione” delle nostre radici? O forse l’incontro con il nuovo, che poi tanto nuovo non è? Ci siamo forse un po’ troppo chiusi in noi stessi negli ultimi secoli da non renderci conto che questi incontri con culture diverse ci sono sempre stati e a volte sono stati pure amichevoli? Che cosa è cambiato? O forse la paura di essere “schiacciati” dal diverso ci ha spinti a creare nuovi, fantasiosi e non veritieri modi per odiarli?

Lo straniero che si conforma: il primo racconto “il turbante”, narra la storia di un indiano Sikh che, dopo una picaresca e rocambolesca emigrazione tra la Russia e l’Europa, arriva in Italia. E qui tutto cambia. Perché il Sikh vuole diventare “italiano”. Ma la domanda sorge spontanea: è veramente lui che vuole diventare italiano o siamo noi che lo vorremmo integrato, anzi meglio, “fuso” con noi? Non ci sentiremo più al sicuro che l’indiano sikh si tagliasse capelli e barba e cominciasse ad aderire alla nostra cultura, a lui totalmente estranea? Non sarebbe, forse, meno “diverso”? Ma sarebbe veramente meglio o sarebbe solo una forzatura, un egoistico desiderio occidentale di vedere finalmente il “pericolo” diventare innocuo, sicuri che la nostra cultura sia la migliore? Ecco, in questo racconto io sento questa “paura” della scrittrice sciogliersi di fronte all’assimilazione dello straniero. Assimilazione, infatti, non accettazione della sua diversità come elemento di arricchimento culturale, ma come deviazione da eliminare. Il pensiero, comune, di molti italiani.

Il luogo comune: gli ultimi due racconti sono decisamente emblematici riguardo questo tema. Il racconto “Sospetti” è incentrato sulla figura di due giovani extracomunitarie alle prese con due signore non autosufficienti. Ed entrambe vanno incontro alla morte per via di uno “strano” incidente a distanza di pochi giorni l’una dall’altra. Ovviamente i sospetti si concentrano sulle due donne straniere, una filippina e l’altra turca, e sulla possibilità che abbiamo “ucciso” le vecchie per i soldi, che in realtà non erano destinati a loro. Interessante questo punto di vista, a mostrare come sia facile sbattere il mostro in prima pagina se questo è straniero.

“Il gabbiano” è una storia particolarmente toccante. Prendendo spunto dal racconto di Checov, narra la storia di una badante ucraina, chiesta in “sposa” dall’anziano di cui si prende cura. Ma qui la nostra protagonista non è la classica “rovina-famiglie”. Sola e con un figlio che rischia la galera, il matrimonio con l’anziano servirebbe solo per aiutarla nel ricongiungimento familiare. Niente di economico. Peccato i figli, e “l’amico” di lei non la pensino nello stesso modo. Così la poverina deve fare i conti con la violenta gelosia “dell’amico” italiano e con il pregiudizio dei figli dell’anziano di cui si prende amorevolmente cura. E come “il gabbiano” preferisce prendere il volo da sola, lontano dai pregiudizi e dalle violenze. Mostrando di essere “diversa” e di non avere niente in comune con l’interesse economico di molte sue connazionali, nonostante la situazione grama in cui si trova.

2. Lanterne rosse – Su Tong

lanterne rosse

finito di leggere: 26 maggio 2015

Prima di iniziare, due precisazioni:

1. Il titolo originale del romanzo era “mogli e concubine”. Lanterne rosse è stato usato sulla scia del successo del film con Gong Li.

2. La traduzione lascia un pochettino a desiderare. Infatti la protagonista viene indicata come la “quarta moglie”, nonostante in Cina non fosse in uso, da quanto ne so, la poligamia ma il concubinato. Caso mai, Songlian è la terza concubina. Ma procediamo con ordine.

Songlian ha diciannove anni. Il padre è morto suicida dopo il fallimento della sua azienda. Per non andare a lavorare, decide di diventare la “quarta signora” di Chen, un ricco cinese. Songlian non conosce il mondo del concubinato e si trova davanti ad una situazione che non aveva previsto. Infatti le altre “signore” non vedono per niente di buon occhio il buon rapporto che Chen ha instaurato con la nuova venuta, più giovane e fresca di loro. E anche se si mostrano gentili con lei, in realtà la odiano. Invischiata in questa situazione, l’io di Songlian cambia. Diventa crudele, violenta, ansiosa. Ha paura di perdere i favori di Chen e il suo io cambia, allontanando quindi il suo amante. Comincia ad essere intimorita da “oscure storie” che girano intorno al vecchio pozzo che si vede dalla sua finestra. E se ne sente morbosamente attratta.

Una storia scritta in linguaggio semplice e diretto, di un mondo che gli occhi occidentali non hanno mai visto nella sua interezza e crudele realtà. Un mondo fatto di rivalità e di invidie, che portano le menti semplici alla follia. Un mondo scomparso ma così vicino a noi da essere ancora palpabile. Un mondo visto con gli occhi dell’oriente stesso e quindi ancora più credibile e sconvolgente per gli occhi occidentali. Un racconto che ci lascia pensosi a domandarci se tutto questo sia vero e come mai sia accaduto. Forse pensando che li nostro mondo sia migliore. Forse rendendoci conto che il “diverso”, forse, tanto “diverso” non sia. Che indossi solo un abito diverso dal nostro, ma le cui abitudini, alla fine, non si discostino poi tanto dalle nostre.