Meglio di Guareschi?

Ci sono libri con quarte di copertina accattivanti, che fanno sperare grandi emozioni. E poi, a fine libro ti ritrovi a dire: tutto qui?

Devo ammettere che i primi libri di Vitali che lessi (La signorina Tecla Manzi, Dopo  lunga e penosa malattia) erano molto belli e interessanti. E, onestamente, nemmeno tanto lunghi e con il numero di personaggi giusto per far girare la trama. Poi… poi qualcosa è successo. E mi sono ritrovata a leggere mattonazzi di 500 pagine, scorrevoli per l’amor di dio, ma con una sequela di personaggi che ti facevano domandare: ma questi, che scopo hanno nello svolgimento della trama? Perché sono qui? Il romanzo non sarebbe stato lo stesso, o anche migliore, senza di loro?

Anche questa fatica letteraria di Vitali, cerusico di Bellano, purtroppo è stata un mezzo buco nell’acqua.

La verità della suora storta – Andrea Vitali

la-verita-della-suora-storta

La storia si svolge a Bellano, nel 1970. Abbiamo un tassista, Sisto Santo (solito nome insolito, tipico dei romanzi di Vitali), che un pomeriggio di fine Aprile carica sulla sua macchina una donna anziana. Destinazione: cimitero. Peccato che al camposanto la donna ci arrivi morta, senza uno straccio di documento a provarne l’identità e dopo aver pure urinato sul sedile del taxi di Sisto. Chi è quella donna? Che cosa ci è andata a fare al cimitero? E chi è la suora storta?

Una storia dal sapore di giallo che si risolve in modo un pò deludente, comprensivo di serendipità finale. Una storiella leggera, che sarebbe stata anche più piacevole, se non ci avessero di messo di mezzo le allegre scenette con lo Scatòn, il datore di lavoro del Sisto prima di essere tassista. Che, onestamente, con la trama non c’entra proprio nulla.

Meglio di “la ruga del cretino” (mamma mia, che fatica finirlo!), del resto l’ho finito in 24 ore. Allegro a tratti. Un puro prodotto di intrattenimento, senza fronzoli. Certo, se non fosse stato per l’affermazione di qualcuno che avrebbe definito Vitali “meglio di Guareschi”… mi viene la pelle d’oca solo a pensarci.

Annunci

…E comunque non sono scoraggiata!

Capita che si legga un autore per la prima volta e lo si ami. Capita che si legga un autore per la prima volta e lo si odi. E poi capita che si legga un autore per la prima volta, non lo si capisca appieno, ma la voglia di leggerlo ancora rimane. Questo e’ quello che mi e’ successo dopo aver letto per la prima volta Erri De Luca.

Io sono fatta cosi’. Adoro la scoperta. Leggere sempre qualcosa di nuovo. La trama di questo libro mi aveva intrigata ed avevo deciso di procurarmente una copia e scoprire questo nuovo, formidabile autore. La prima impressione avuta e’ stata come di smarrimento, come di non capire bene dove lo scrittore volesse parare, situazione che ha pero’ generato una curiosita’ maggiore. Specialmente per la poesia di cui e’ infarcita la sua prosa. Questo e’ successo, dopo aver letto “Storia di Irene”.

Storia di Irene – Erri De Luca

storia di Irene

“Irene ha gli occhi tondi dei pesci, degli uccelli, dei mammiferi. Neanche nel sorriso accennano alla piega obliqua”

Irene ha quattordici anni e vive su un’isola grega. E’ orfana. Di notte va in mare e si unisce ai delfini, la sua vera famiglia.

Irene ha quattordici anni ed e’ incinta. Incontra uno scrittore (lo stesso De Luca?) e decide di raccontargli la sua storia.

Una storia singolare, quella di Irene. Di una bambina umana, che umana non e’. Una storia confusa, lirica e a tratti inverosimile. Che scorre tranquilla come le onde del mar Egeo.

Ma chi e’ Irene? La musa stessa della scrittura, che si avvicina solo a chi veramente merita di conoscerla? La sintesi stessa della vita? Questo e’ il punto che mi e’ risultato poco chiaro. Forse possiamo vedere Irene come la narrazione stessa dello scrittore, che una volta terminata la sua funzione puo’ anche cessare di esistere. O forse lo scopo della vita stessa.

Come opera prima, forse, ho scelto male. Ho forse mi sono avvicinata a questo romanzo nel modo sbagliato, pensando di trovare una storia di facile comprensione, come molti romanzi moderni, e non piu’ preparata alla pura poesia che e’ la letteratura.

Piu’ semplici gli altri due racconti contenuti nel romanzo, un sorta di racconto biografico dello scrittore e della sua Napoli, buona e crudele allo stesso tempo. Bellissimi nella loro poesia letteraria. Commoventi. Sintesi della realta’.

E’ stato questo che mi ha spinto per continuare con questo autore, per scoprirne altre opere, assaporare la sua produzione letteraria, quella poesia che non ho piu’ trovato in altri romanzi contemporanei dopo “Diceria dell’untore”. Questo, che mi ha fatto nascere in me il desiderio di continuare, di sentire ancora quelle parole, non importa se non sempre comprensibili. Perche’ se il cervello non comprende, l’anima e il cuore ne colgono il significato. E ne rimangono rapiti, persi, nella poesia che e’ la vera letteratura.

Grazie Erri De Luca. Sei riuscito a farmi sognare.

 

 

Due mesi – catch up parte seconda

Ditemi se si puo’! Non bastava una coda di lettura lunga da qui a Vladivostok,  ora ci voleva pure la coda di recensioni! La mancanza di internet sul computer personale si fa sentire, e il nuovo computer deve attendere ancora qualche giorno prima di vededre le comode pareti di casa mia. Per il momento, uso il computer con il contagocce, contando sulla generosita’ del boyfriend che, essendo  un nerd di quelli da “zoccolo duro”, ovviamente ha il monopolio quasi assoluto sul suo computer. E mi pare anche giusto, alla fine.

Virginia Woolf scriveva: “una donna deve avere soldi e una stanza tutta per sé per poter scrivere“. Al giorno d’oggi, avere anche un computer tutto per se fa la differenza! Per giunta odio la tastiera inglese, per la mancanza di accenti! Ma passiamo oltre, sperando di ricordarmi cosa ho letto 😛

  1. Un amore di zitella – Andrea Vitali

un amore di zitella

Finito (e iniziato): 21 agosto 2015

Nella Bellano degli anni Sessanta Iole Vergara, trentasette anni, puo’ essere considerata la zitella del paese. Vive da sola in una casetta vistalago, lavora come dattilografa al comune e nelle sere invernali cena con una tazza di caffelatte. Come regalo si e’ comprata un televisore per vedere il Festival di Sanremo, speranza che andra’ in fumo di fronte ad un apparecchio ben lungi dal funzionare.

Iride e’ una collega di Iole, e sta per sposarsi. Iole non puo’ astenersi dal farle un regalo, nonostante non sia stata invitata alla cerimonia. Ma questo e’ un regalo speciale che, per la povera Iole, sara’ l’inizio di una dei piu’ grandi malintesi bellanesi degli anni Sessanta.

Libro leggero e divertente, un amore di zitella e’ soprattutto un altro bello scorcio di quella Bellano protagonista dei racconti di Vitali. A differenza di altri romanzi, questo e’ breve e lineare, con una trama chiara e diretta. Il sogno inconfessato di una donna, che a causa di un equivoco si ritrova nella situazione in cui si era mai trovata prima, ma che per poco non le sfuggira’ di mano. Un romanzo divertente ma velato da una lieve tristezza e malinconia, generat dalla solitudine di una donna all’apparenza felice ma che sotto sotto sogna quello che tutte le donne hanno sognato e, a volte, sognano ancora: un uomo al proprio fianco, che le faccia sentire meno sole.

Un bel romanzetto, che consiglio a tutti.

2. Don Camillo e Don Chichi – Giovannino Guareschi

don camillo e don chichi

finito di leggere: 26 agosto 2015

Don Camillo e’ il prete di Brescello, con mani come due badili e un cuore grande come i suoi enormi scarponi. Ha solo un piccolo problema: iul suo calendario sio e’ fermato al 1666, e sembra non rendersi conto di vivere nel 1966. Per ricordarglielo, viene mandato in canonica il giovane e rampante Don Francesco, detto Don Chichi, prete “del popolo”, sempre pronto a stare, non sempre a ragione, dalla parte del povero.

E poi c’e’ “Caterpillar” detta Cat, la scalmanata nipotina di Don Camillo. E Veleno, ultimo figlio del sindaco Peppone. E con questi ingredienti non possono che nascere scintille.

Ho sempre amato i libri di Guareschi perche’, pur essendo chiaramente di parte, non ha mai puntato il dito contro la persona, ma si e’ sempre limitato a criticare genuinamente l’ideologia. Una penna tagliente quella di Guareschi, che gli ha causato non pochi problemi (a quei tempi i Comunisti non amano molto i commenti negativi). Eppure i suoi personaggi, comunisti o proletari, giovani o vecchi, sono sempre veri e umani, che non si tirano mai indietro quando c’e’ da aiutare chi sta peggio.

Come fanno Cat, Veleno, e i loro amici. Come fa Peppone e pure Don Chichi’. Personaggia veri, che mostrano pregi e difetti, ma mai noiosi o piatti.

Un romanzo velato di malinconia per quel mondo che gia’ negli anni Sessanta, sotto la spinta del miracolo economico, stava ormai lentamente scomparendo. E come accade a Don Camillo, Guareschi cerca di convincersi di non vivere piu’ nel passato, e di accettare il presente, anche se non bello come i nostalgici ricordi di una gioventu’ lontana.

Bello, divertente, a tratti commovente.

Con gli occhi dell’occidente

No. Non ha niente a che vedere con il romanzo di Conrad (che, se vogliamo essere onesti, ho trovato di una noia mortale). Ultimamente, però, mi sono ritrovata a leggere due libri che avevano come tema le culture estranee alla nostra occidentale e che ai nostri occhi occidentali potrebbero risultare ostiche e assurde. Eppure fonte di incredibile conoscenza.

Due libri ben diversi. Uno scritto da un membro di questo mondo “fantastico” che è l’oriente, tanto romanzato ai nostri occhi da sembrare quasi magico, ma che di magico non ha nulla. L’altro scritto da un’occidentale, osservatrice più o meno attenta del melting pot di culture che l’Italia sta diventando. Entrambi con risultati ben diversi.

Avrei voluto scrivere questa recensione molto prima, ma causa impegni con una nuova casa, ancora brutto anatroccolo ma sul quale stiamo lavorando per farla diventare un bel cigno, e giornate di lavoro snervanti, alla sera ero troppo stanca pure per pensare di pigiare il pulsante ed accendere il PC.  Ma alla fine ce l’ho fatta. Anche se ancora non so quando ci sarà la prossima recensione. Sarò sicuramente più regolare non appena la ristrutturazione del mio piccolo nido in campagna sarà finita. Prometto.

1. Corto Circuito – Elena Gianini Belotti

corto circuito

Finito di leggere: 22 maggio 2015

Una lettura veloce e leggera. Eppure ci sono un po’ di cose che mi hanno incuriosita. Ma procediamo con ordine.

Una breve raccolta di racconti i cui protagonisti sono extracomunitari alle prese con un mondo diverso dal loro, una lingua incomprensibile, una religione a cui hanno insegnato, spesso, ad essere ostili, gente diffidente e a volte scostante. Racconti brevi, a volte quasi accennati, dove lo straniero, però, diventa solo un “oggetto”, una “cornice” a questa raccolta vista con gli occhi dell’occidentale e, in un certo senso, “inquinata” dal suo giudizio e, forse, anche un po’ dai suoi pregiudizi.

Il titolo, per esempio: “cortocircuito”, è il titolo del secondo racconto, ma onestamente non ce lo vedo molto bene come titolo dell’intera raccolta. In effetti, una raccolta difficile da titolare. Ma questo cortocircuito cos’è? Il nostro modo di pensare, li nostro piccolo mondo occidentale “perfetto” che si scontra con queste nuove culture di cui, molti, avrebbero volentieri fatto a meno? Il cortocircuito, la “distruzione” delle nostre radici? O forse l’incontro con il nuovo, che poi tanto nuovo non è? Ci siamo forse un po’ troppo chiusi in noi stessi negli ultimi secoli da non renderci conto che questi incontri con culture diverse ci sono sempre stati e a volte sono stati pure amichevoli? Che cosa è cambiato? O forse la paura di essere “schiacciati” dal diverso ci ha spinti a creare nuovi, fantasiosi e non veritieri modi per odiarli?

Lo straniero che si conforma: il primo racconto “il turbante”, narra la storia di un indiano Sikh che, dopo una picaresca e rocambolesca emigrazione tra la Russia e l’Europa, arriva in Italia. E qui tutto cambia. Perché il Sikh vuole diventare “italiano”. Ma la domanda sorge spontanea: è veramente lui che vuole diventare italiano o siamo noi che lo vorremmo integrato, anzi meglio, “fuso” con noi? Non ci sentiremo più al sicuro che l’indiano sikh si tagliasse capelli e barba e cominciasse ad aderire alla nostra cultura, a lui totalmente estranea? Non sarebbe, forse, meno “diverso”? Ma sarebbe veramente meglio o sarebbe solo una forzatura, un egoistico desiderio occidentale di vedere finalmente il “pericolo” diventare innocuo, sicuri che la nostra cultura sia la migliore? Ecco, in questo racconto io sento questa “paura” della scrittrice sciogliersi di fronte all’assimilazione dello straniero. Assimilazione, infatti, non accettazione della sua diversità come elemento di arricchimento culturale, ma come deviazione da eliminare. Il pensiero, comune, di molti italiani.

Il luogo comune: gli ultimi due racconti sono decisamente emblematici riguardo questo tema. Il racconto “Sospetti” è incentrato sulla figura di due giovani extracomunitarie alle prese con due signore non autosufficienti. Ed entrambe vanno incontro alla morte per via di uno “strano” incidente a distanza di pochi giorni l’una dall’altra. Ovviamente i sospetti si concentrano sulle due donne straniere, una filippina e l’altra turca, e sulla possibilità che abbiamo “ucciso” le vecchie per i soldi, che in realtà non erano destinati a loro. Interessante questo punto di vista, a mostrare come sia facile sbattere il mostro in prima pagina se questo è straniero.

“Il gabbiano” è una storia particolarmente toccante. Prendendo spunto dal racconto di Checov, narra la storia di una badante ucraina, chiesta in “sposa” dall’anziano di cui si prende cura. Ma qui la nostra protagonista non è la classica “rovina-famiglie”. Sola e con un figlio che rischia la galera, il matrimonio con l’anziano servirebbe solo per aiutarla nel ricongiungimento familiare. Niente di economico. Peccato i figli, e “l’amico” di lei non la pensino nello stesso modo. Così la poverina deve fare i conti con la violenta gelosia “dell’amico” italiano e con il pregiudizio dei figli dell’anziano di cui si prende amorevolmente cura. E come “il gabbiano” preferisce prendere il volo da sola, lontano dai pregiudizi e dalle violenze. Mostrando di essere “diversa” e di non avere niente in comune con l’interesse economico di molte sue connazionali, nonostante la situazione grama in cui si trova.

2. Lanterne rosse – Su Tong

lanterne rosse

finito di leggere: 26 maggio 2015

Prima di iniziare, due precisazioni:

1. Il titolo originale del romanzo era “mogli e concubine”. Lanterne rosse è stato usato sulla scia del successo del film con Gong Li.

2. La traduzione lascia un pochettino a desiderare. Infatti la protagonista viene indicata come la “quarta moglie”, nonostante in Cina non fosse in uso, da quanto ne so, la poligamia ma il concubinato. Caso mai, Songlian è la terza concubina. Ma procediamo con ordine.

Songlian ha diciannove anni. Il padre è morto suicida dopo il fallimento della sua azienda. Per non andare a lavorare, decide di diventare la “quarta signora” di Chen, un ricco cinese. Songlian non conosce il mondo del concubinato e si trova davanti ad una situazione che non aveva previsto. Infatti le altre “signore” non vedono per niente di buon occhio il buon rapporto che Chen ha instaurato con la nuova venuta, più giovane e fresca di loro. E anche se si mostrano gentili con lei, in realtà la odiano. Invischiata in questa situazione, l’io di Songlian cambia. Diventa crudele, violenta, ansiosa. Ha paura di perdere i favori di Chen e il suo io cambia, allontanando quindi il suo amante. Comincia ad essere intimorita da “oscure storie” che girano intorno al vecchio pozzo che si vede dalla sua finestra. E se ne sente morbosamente attratta.

Una storia scritta in linguaggio semplice e diretto, di un mondo che gli occhi occidentali non hanno mai visto nella sua interezza e crudele realtà. Un mondo fatto di rivalità e di invidie, che portano le menti semplici alla follia. Un mondo scomparso ma così vicino a noi da essere ancora palpabile. Un mondo visto con gli occhi dell’oriente stesso e quindi ancora più credibile e sconvolgente per gli occhi occidentali. Un racconto che ci lascia pensosi a domandarci se tutto questo sia vero e come mai sia accaduto. Forse pensando che li nostro mondo sia migliore. Forse rendendoci conto che il “diverso”, forse, tanto “diverso” non sia. Che indossi solo un abito diverso dal nostro, ma le cui abitudini, alla fine, non si discostino poi tanto dalle nostre.

Una piacevole sorpresa

A volte capita di trovarsi dei libri nella libreria che non si ricordava nemmeno di possedere. Comprati chissà quanto tempo prima e poi dimenticati, ad impolverarsi, in paziente attesa di essere scoperti e letti. Ed è quello che è successo con questi due libri, letti di recente.

La mia biblioteca, qui in Irlanda, non è molto vasta. Qualche centinaio di libri, solo la punta dell’iceberg, in compenso ai volumi presenti nella mia casa italiana. In uno scenario così povero non è facile perdere di vista dei libri, a meno che questi non siano molto sottili e piccoli, e si trovino da tra due i più volumi monumentali. E fu mentre sistemavo la mia libreria che, tra “Anna Karenina” (per giunta mai letto) e “Il tamburo di latta” (prima o poi lo leggerò, giuro) che trovai questi preziosi volumi. Se poi si aggiunge il fatto che, avevo appena finito un libro e non sapevo quale iniziare, questi due sono capitati a fagiolo. E sono stati una piacevole sorpresa.

1. The Man in the Picture – Susan Hill

the man in the picture

Finito di leggere: 27 aprile

Non ho un buon rapporto con i romanzi di Susan Hill. Due volte su due sono rimasta delusa dai suoi lavori (The Mist in the Mirror e The Small Hand) a mio parere troppo verbosi, noiosi e incomprensibili. Ecco, questo romanzo è l’eccezione che conferma la regola.

Questo breve romanzo, nel quale si avverte indistintamente l’influenza delle “ghost stories” vittoriane, ha un buon impianto narrativo, non annoia mai, ha sempre qualcosa da rivelare.

Romanzo a quattro voci, segue una trama ben precisa che gira attorno ad un elemento principale: la vendetta. L’abbandono di una donna da parte del fidanzato mette in modo una serie di eventi che coinvolgeranno più persone, per le quali non ci sarà scampo.

Il tutto ruota attorno ad un antico quadro raffigurante il carnevale a Venezia. Ma questo non è un quadro qualunque. Un dipinto inquietante, che strega chiunque vi si avvicini, ma soprattutto che ne segna il destino, le vite. Prima nelle mani di una giovane contessa sposa ad un uomo incontrato ad un ballo (il fidanzato della donna abbandonata), crea una serie di sventure che poi coinvolgeranno un professore di college ed un suo vecchio alunno.

Si può quasi dire che il vero protagonista di questa storia sia proprio il dipinto. Perché mentre i personaggi sono appena abbozzati, quasi contorno per far funzionare la storia, il dipinto è sempre e comunque presente, anche quando non visibile. E questo quadro stregato, in grado di imprigionare le persone, si anima di vita propria, di un proprio carattere, una propria dimensione.

Da amante delle storie di fantasmi vittoriane, non ho potuto non apprezzare questo romanzo, anche se devo ammettere non brilli di perfezione. Ma, alla fine, nessuno è perfetto. E un romanzo non ha bisogno di essere un capolavoro per essere apprezzato.

2. La Signora Harris – Paul Gallico

la signora harris

Finito di leggere: 5 maggio

Dovete sapere che, fino a qualche tempo fa (anche un pò adesso, a dire la verità) non potevo entrare in una libreria senza poi uscirne con almeno un paio di libri acquistati. A volte l’acquisto era quasi compulsivo. Compravo un libro perché attratta dalla trama, a volte per poi rimanerne delusa. Oppure compravo un libro perché avevo già letto altro dell’autore, e volevo continuare a leggere le sue opere. A volte mi capitavano tra le mani libri assolutamente mai sentiti prima, autori anonimi, che però stimolavano la mia fantasia.

Ora, non ricordo quando comprai questo libro e per quale motivo sia finito nella mia libreria irlandese. Sta di fatto che l’ho letto in breve tempo e non ho rimpianto l’acquisto.

Ada Harris (o Ada Arris, come lo pronuncia lei) è una donna delle pulizie ad ore nella Londra degli anni Sessanta. Vedova e senza figli, pulisce le casi dei ricchi per tre scellini l’ora. Vive una vita semplice, forse pure un pò grigia e monotona. Ha una sola amica. la Signora Butterfield, con cui va al pub nel fine settimana o al cinema. Un giorno, mentre riordina l’armadio di una delle sue facoltose clienti, la sua vita cambia per sempre. Appeso nell’armadio scopre un bellissimo abito di Christian Dior. E se ne innamora. Da allora, possedere un abito di Dior diventa il suo chiodo fisso.

Di per se un romanzo fresco, semplice, una favola metropolitana. Ma con un tema forte: la determinazione. Ada Harris è talmente determinata ad acquistare il prezioso indumento che si priva di ogni cosa, pure del cibo, pur di risparmiare il denaro necessario per volare a Parigi e acquistare il vestito. E nonostante la strada sarà tutta in salita, la nostra domestica coronerà il suo sogno, e non solo. Perché la sua determinazione cambierà inevitabilmente le vite di tutte le persone che incontrerà.

Sotto alcuni punti di vista, il romanzo a volte sembra addirittura inverosimile. Ma, si sa, i miracoli a volte accadono.

I tre Inverni della Paura

ImageVolevo scrivere questa recensione molto tempo fa ma causa lavoro che sta diventando particolarmente intenso (revisione trimestrale del budget), causa (meravigliosa) il fatto che abbiamo trovato finalmente casa dopo quasi un anno di estenuanti ricerche, delusioni e sogni apparentemente infranti, causa lezioni a cavallo e soprattutto causa stanchezza di cambio stagione, non sono mai riuscita a trovare un attimo per scrivere.

Volevo farlo venerdì sera. Giuro. Ero già seduta di fronte al PC quando all’improvviso le palpebre si sono fatte tanto pesanti da non essere in grado nemmeno di tenerle aperte con uno stecchino. Sfinita e sconfitta, ho dovuto rinunciare. 

Volevo farlo ieri, poi ho avuto un meeting buddista (molto inspirante, comunque) e altre faccende, non sono riuscita. 

Volevo farlo oggi. E sembra che, alla fine, ce l’abbia fatta. 

In Generale

La trama si snoda su un lasso di tempo di sei anni, dal 1940 al 1946, passando attraverso l’inizio della guerra, l’armistizio, la guerra civile e il difficile dopoguerra. Il luogo è l’Emilia Romagna, la regione che ha forse sofferto di più nel dopoguerra. 

La Trama

Nora, nel 1940, ha diciotto anni. Una giovane donna piena di vita che ha appena subito un  pesante lutto (la morte della madre). La guerra è appena iniziata e il padre decide di lasciare Parma, dove hanno la loro casa, e trasferirsi nel podere in campagna, sicuro di essere lontano dai pericoli.

Per Nora in campagna inizia una nuova vita. Conosce un ragazzo, se ne innamora, si fidanza, si gode le gioie dell’amore (non solo platonico). Arriva poi la chiamata alle armi. La partenza di Giulio (il fidanzato) per il fronte russo. La sua angosciosa attesa. La scoperta di aspettare un bambino. La perdita, il dolore, la paura, la speranza, l’amore. L’attesa della fine della guerra, che sembra non finire mai. Le rappresaglie dei fascisti prima e dei partigiani comunisti poi. Tre lunghi inverni: i tre inverni della paura. Dal 1943 al 1945, dove tutto cambia e niente sarà più come prima. 

Punti forti

Bisogna subito premettere una cosa: questo romanzo è soprattutto un enorme affresco storico, ma diverso da molti libri di guerra che si trovano nelle librerie (Il partigiano Johnny, di Fenoglio, e La Storia, di Elsa Morante, tanto per citarne un paio). Qui la storia viene vista e analizzata a tutto tondo. Perché non solo i fascisti hanno commesso atrocità, ma anche i partigiani ci hanno messo del loro. Ed ecco che agli occhi del lettore si apre uno scenario di guerra civile e continua, di terrore nero da una parte e rosso dall’altra. Uno scenario che non vedremo mai sui libri di storia. Perché la storia è scritta dai vincitori, e vincitori ovviamente ci dipingono la loro storia, la loro versione dei fatti. Giustamente, “omettono” quei particolari scabrosi, sconvenienti, che potrebbero offuscarne la “gloria”.

Pansa è stato forse i primo che abbia avuto il coraggio di “sfidare” la storia tradizionale e di mostrare la vera versione dei fatti. Dove esistono fascisti terribili, ma anche persone normali, il cui unico difetto è di credere troppo in un duce ormai perdente. Dove esistono partigiani che lottano per la pace, ma anche partigiani dell’ultima ora, fortemente istituzionalizzati dall’ideologia comunista e pronti a tutto pur di “epurare” il male nero ed instaurare la loro “dittatura”. E che non si fermano di fronte a nessuno, partigiano o fascista che sia. 

Pansa è stato parecchie volte criticato per questo. Eppure egli è un giornalista, uno della vecchia guardia non come certi articolisti del “corriere della sera”. E ogni sua storia è documentata da ricerche e fatti storici.

Questo libro ci catapulta subito nell’angoscia di chi, essendosi schierato dalla parte sbagliata, ha perso la vita. Ma anche nell’angoscia di chi, essendosi apparentemente schierato dalla parte dei vincitori, la vita l’ha persa ugualmente, solo perché non era comunista. E anche nell’angoscia di chi, non essendosi mai schierato, ha visto la sua vita distrutta dalla guerra. 

Un forte senso di oppressione, di oscurità e di angoscia permea ogni riga di questo monumentale romanzo (più di seicento pagine), facendoci capire cosa veramente fosse stata la guerra civile e il prezzo che la popolazione ha dovuto pagare, prima per mano dei fascisti e poi per mano di coloro che avrebbero dovuto essere i  vincitori. Vincitori e vinti, non importa: chi soffre è sempre la povera gente. 

Punti deboli 

Come ho detto sopra, questo è un romanzo monumentale che, purtroppo, a volte sembra quasi un trattato storico. La descrizione dei fatti a volte sembra quasi presa di peso da un manuale di storia o, ancora, sembra quasi che l’autore abbia voluto inserire un manuale di storia in un romanzo che all’apparenza narrava si fatti storici ma attraverso gli occhi di personaggi fittizi. Una narrazione che, a tratti, risulta veramente pesante da digerire e molto prolissa. Questo rende il romanzo a volte molto lento, più manuale storico che racconto. 

A chi è consigliato

Chi ama la storia, chi è curioso di sapere sempre di più, chi “osa” andare oltre la storia istituzionale. Chi non si spaventa di fronte a romanzi lunghi ed elaborati. 

Sconsigliato a chi ama romanzi dove ci sono molte descrizioni di sentimenti, di luoghi e tanta fiction.