Tutto qui?

vergine giurata

Ci sono libri che, pur sembrando all’apparenza banali e ripetitivi, alla fine ti prendono fino all’ultima pagina. Ci sono libri relegati agli scaffali più bui e reconditi di una libreria che in realtà si dimostrano piccoli gioielli della letteratura moderna. Ci sono libri che non smetteresti mai di rileggere. E poi ci sono libri che, pur promettendo bene, si rivelano un buco nell’acqua.

Decisi di leggere “Vergine Giurata”, perché trattava un tema che di cui nessuno aveva mai scritto prima: una pratica tipica delle zone più remote delle montagne Albanesi. Un’usanza che permette alle donne, per tradizione tribale obbligate all’obbedienza e alla sottomissione totale all’uomo, di poter mantenere la propria indipendenza. A patto di diventare “uomini”. Proprio così. La donna diventa uomo, rinuncia per sempre alla sua femminilità e sessualità e diventa una vergine giurata. Un giuramento dal quale non esiste ritorno.

Hana Doda, protagonista di questo romanzo, ha deciso così, per  mantenere la sua indipendenza. Per non sottomettersi ad un uomo. Per non accettare il matrimonio combinato deciso dallo zio, che gli fa ha fatto da padre dopo la morte dei genitori. Decide di diventare Mark, un pastore delle montagne a nord dell’Albania. Fino a quando la cugina Lila non la invita in America. Dove inizierà la sua nuova vita.

Ecco, mi aspettavo di più. Mi aspettavo che Elvira Dones, l’autrice, ci parlasse di più dello stato d’animo di Hana come Mark. Di come avesse vissuto questi anni da vergine giurata. Dei suoi pensieri, del suo essere. Sarebbe stato meglio conoscere di più di questa particolare usanza, di come una donna si possa adattare a diventare uomo, a rimanere casta per sempre, a rinunciare alla propria identità.

Invece niente. Tutta la storia gira attorno ad Ana dopo quindici anni come Mark. Di come riesce a ritornare, faticosamente, donna. Di come riscopre il proprio corpo, il proprio essere. Di come si guadagna da vivere. Che, diciamola tutta, non ci sta male. Ma purtroppo tutto si risolve in un chiacchiericcio a volte banale e, diciamolo, noioso.

Lo stile è buono. Diretto, essenziale, scorrevole. Il che rende la lettura meno pesante. Anche se, purtroppo, l’autrice scivola ancora prima del finale, facendosi purtroppo capire troppo presto come il romanzo sarebbe andato a finire. A metà strada, lasciando il lettore quasi confuso, spaesato.

Un peccato, purtroppo. Avrebbe potuto essere un gran bel romanzo.

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Due in uno (in ritardo, come al solito)

Ancora un mese di silenzio, purtroppo dovuto a motivi personali che non starò qui ad elencare, semplicemente perché questo blog non è un posto dove esprimo i miei pareri personali, se non legati alle mie letture.

Due libri. Due aspettative settate troppo in alto. Uno, una delusione quasi totale. L’altro, seppure bello, forse un po’ troppo prevedibile.

Siccome questi due libri avrebbero dovuto essere recensiti in due post separati (di cui uno preparato un mese fa circa), saranno presentati con due sottotitoli differenti.

1/ RIDATECI ROBIN WILLIAMS!

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Mi è capitato molto spesso di leggere libri e poi vederne le trasposizioni cinematografiche. Molte erano piuttosto fedeli al testo originale. Altre, totalmente fuori tangente. Ma è la prima volta  che mi capita di notare quando la trasposizione cinematografica di un libro ne abbia in realtà migliorato gli aspetti e la storia.

Ho adorato “Mrs Doubfire” fin dalla prima volta in cui lo vidi. E non solo perché ho sempre ammirato Robin Williams, attore di grande talento e versatilità. La storia di un padre disposto a travestirsi da donna pur di stare con i propri figli era divertente, originale e, al tempo stesso, faceva riflettere sull’amore di un padre per i propri figli e di cosa sarebbe stato disposto a fare per loro.

Quando seppi che in realtà il film era stato tratto da un libro, volli a tutti i costi leggerlo, convinta di trovarmi di fronte ad un bellissimo racconto, forse addirittura migliore del film.

Lo cercai per mesi, senza trovarlo. Poi me lo trovai magicamente davanti, quasi in un caso di serendipità, mentre cercavo un altro volume. In una libreria di libri usati, a Cork. Non mi feci scappare l’occasione.

Lo portai a casa e iniziai subito a leggerlo. E, già dalle prime pagine, mi resi conto che, se lo avessi lasciato li tranquillo insieme ad altri libri, non avrei fatto una cosa tanto sbagliata.

Dire che il libro non sia all’altezza del film è riduttivo. Il libro è tutt’altra cosa rispetto al film. Ne calca i nomi, la situazione, ma non l’aspetto psicologico dei personaggi, che risultano completamente diversi dal film.

***ATTENZIONE SPOILER***

Nel film Daniel Hillard è un padre amorevole, forse un po’ bislacco e anche leggermente infantile, ma pur sempre un ottimo padre. E soprattutto continua a provare sentimenti verso la moglie Miranda, nonostante il divorzio incombente. Nel libro Daniel è uno sfaccendato che sbarca il lunario facendo il modello nudo e che odia profondamente la ex moglie Miranda, e non manca di esternarlo in modo molto palese di fronte ai figli Christopher, Lydia e Natalie. Tre poveri bambini visibilmente traumatizzati, sballottati e sfruttati da genitori perennemente in lotta tra di loro. Miranda è una nevrotica arrogante, odiosa e manipolatrice, e stimola nel lettore la voglia di prenderla ripetutamente a bottigliate in faccia.

Inoltre la trasformazione in Madame Doubtfire, da parte di Daniel, è assolutamente ridicola e poco credibile. Com’è possibile che, con l’ausilio di un pò di fondotinta, un turbante e degli stivali possa non essere riconosciuto dalla moglie, ma venga invece riconosciuto immediatamente dai figli? Almeno nel fil assistiamo ad uno sforzo maggiore di rendere la presenza di Mrs Doubfire il più veritiera possibile.

Un po’ di sconvolgimento emozionale lo vediamo solo alla fine, dopo la violenza sfuriata dei figli di fronte all’ennesima litigata dei genitori, che da modo ad entrambi di rendersi conto che, forse, hanno un tantino esagerato.

Il tutto retto da una trama labile e banale, dialoghi noiosi e situazioni che avrebbero potuto benissimo non esistere. In poche parole, ridateci Robin Williams!

2/ TROPPO VECCHIA PER CERTE STORIE

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Che si tratti di un romanzo per ragazzi, lo si capisce già dalla copertina. Ma, da sempre “innamorata” di storie di fantasmi, non ho saputo resistere alla quarta di copertina.

La storia, o meglio le storie, in se non sono male. Sono ben scritte e ben caratterizzate. Certo, legate molto ai cliché tipico delle storie di fantasmi e horror (i classici vampiri nel racconto “Piroska”) anche se non mancano spunti originali (interessante la storia “Irezumi”, dove l’orrore è legato al mondo dei tatuaggi, “la forza della natura”, dove creature all’apparenza innocue si rivelano essere in realtà mostri terrificanti).

Quello che, purtroppo, mi ha lasciata molto delusa è stato il finale, dal forte sapore di “già visto, grazie”, e soprattutto decisamente troppo prevedibile.

Chissà, forse per un pubblico adolescenziale questo sarebbe stato un gran bel colpo di scena. Per me, sa di minestra riscaldata. Forse sono troppo vecchia per questo genere di storie.

L’amore secondo Simeon

Di Simeon ho imparato ad apprezzare i racconti del Commissario Maigret, serio, ligio e con una logica ferrea. Ma Georges Simeon non è solo Maigret. Simeon ha scritto anche altri romanzi, forse meno famosi del popolare Maigret, ma pur sempre di buon impatto letterario.

Tre Camere a Manthattan lo conoscevo già, ma lo scoprii meglio proprio tramite Maigret. Un romanzo che, come da testuali parole dell’autore, scritto ” a caldo”, e ispirato dalla passionale e tormentata storia d’amore tra lo scrittore francese e Denyse Ouimet. Scritto nel 1946 e pubblicato lo stesso anno, ebbe un buon successo di pubblico.

 

***ATTENZIONE SPOILER***

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François Combe è un attore francese abbastanza popolare nella madrepatria. Paese che ha lasciato per allontanarsi dalla moglie, che lo ha lasciato per un uomo molto più giovane. Solo e senza un lavoro stabile, una notte vagabondando senza meta per Manhattan incontra Kay, una donna misteriosa e sola quanto lui.

Inizia una storia d’amore tormentata, che si svolge, appunto, in tre camera: quella anonima dell’Hotel Lotus, teatro del loro primo, passionale incontro, la sua stanza disfatta e disordinata e la stanza dell’appartamento che Kay divideva con l’amica Jessie.

Kay e François. Due anime sole che si sono incontrate. Incapaci di lasciarsi, quasi fosse legati l’uno all’altra da un filo invisibile che non vogliono,  o non possono spezzare. Un rapporto malato,sotto alcuni versi, ammorbato dall’iniziale e assurda gelosia di François, terrorizzato dall’idea di stare lontano da lei anche per un minuto (durante la sua seconda notte al Lotus con Kay, decide di tornare a casa perché ha dimenticato la luce accesa, ma il solo pensiero di non ritrovarla più nel letto lo fa ritornare di corsa su suoi passi).

E’ geloso François. Geloso del passato di Kay, dei suoi uomini, delle sue avventure. Non le crede quando le parla del suo passato. Ovunque essi vadano, lui la immagina con un altro uomo, in atti licenziosi.

La ama, la odia. La ama ancora. E poi non la sopporta. Ma non riesce a separarsene. Ed è felice. Felice di non essere più solo.

Personalmente, ho apprezzato il romanzo, anche se devo ammettere che ho odiato i personaggi, e più di una volta. François è un uomo ossessivo e possessivo, le fa insulse scenate di gelosia, se la vede a letto con chissà quanti uomini, la obbliga, quasi con violenza, a farle confessare con quanti uomini è stata. Vede questi come fantasmi pronti a tormentarlo.

Dal canto suo Kay è troppo remissiva, accetta tutto senza fiatare anzi, ne sembra quasi lusingata. Quasi la paura di rimanere solo le faccia sopportare qualsiasi cosa, le faccia perdonare qualsiasi cosa.

Ma quello che mi ha dato più fastidio è proprio il comportamento di lui quando lei è costretta ad andare via per motivi familiari. Tanto geloso e possessivo, e poi non perde l’occasione per andare a letto con la prima donnetta disponibile. E non solo! Non se ne pente, dice che lo rifarà, perché egli è un “uomo”. Forse molti uomini, in primis Simeon noto puttaniere recidivo, all’epoca la pensavano così. E forse molte donne, come Kay, accettavano e perdonavano certi comportamenti. Sta di fatto che ha generato in me un senso di malessere, di fastidio e di rabbia, per la mancanza di rispetto che François riserva alla povera Kay. Ma forse è una mentalità troppo lontana, che io non riesco a capire. Eppure tanto vicina.

Un romanzo scritto negli anni ’40 e ancora attuale, in mondo dove c’è chi osa dire che certi uomini “ammazzano” per troppo amore. Ma questa, è un’altra storia.

 

Meglio di Guareschi?

Ci sono libri con quarte di copertina accattivanti, che fanno sperare grandi emozioni. E poi, a fine libro ti ritrovi a dire: tutto qui?

Devo ammettere che i primi libri di Vitali che lessi (La signorina Tecla Manzi, Dopo  lunga e penosa malattia) erano molto belli e interessanti. E, onestamente, nemmeno tanto lunghi e con il numero di personaggi giusto per far girare la trama. Poi… poi qualcosa è successo. E mi sono ritrovata a leggere mattonazzi di 500 pagine, scorrevoli per l’amor di dio, ma con una sequela di personaggi che ti facevano domandare: ma questi, che scopo hanno nello svolgimento della trama? Perché sono qui? Il romanzo non sarebbe stato lo stesso, o anche migliore, senza di loro?

Anche questa fatica letteraria di Vitali, cerusico di Bellano, purtroppo è stata un mezzo buco nell’acqua.

La verità della suora storta – Andrea Vitali

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La storia si svolge a Bellano, nel 1970. Abbiamo un tassista, Sisto Santo (solito nome insolito, tipico dei romanzi di Vitali), che un pomeriggio di fine Aprile carica sulla sua macchina una donna anziana. Destinazione: cimitero. Peccato che al camposanto la donna ci arrivi morta, senza uno straccio di documento a provarne l’identità e dopo aver pure urinato sul sedile del taxi di Sisto. Chi è quella donna? Che cosa ci è andata a fare al cimitero? E chi è la suora storta?

Una storia dal sapore di giallo che si risolve in modo un pò deludente, comprensivo di serendipità finale. Una storiella leggera, che sarebbe stata anche più piacevole, se non ci avessero di messo di mezzo le allegre scenette con lo Scatòn, il datore di lavoro del Sisto prima di essere tassista. Che, onestamente, con la trama non c’entra proprio nulla.

Meglio di “la ruga del cretino” (mamma mia, che fatica finirlo!), del resto l’ho finito in 24 ore. Allegro a tratti. Un puro prodotto di intrattenimento, senza fronzoli. Certo, se non fosse stato per l’affermazione di qualcuno che avrebbe definito Vitali “meglio di Guareschi”… mi viene la pelle d’oca solo a pensarci.

Buoni propositi per il 2017

Dunque, altri due mesi di silenzio. Per fare un bilancio del 2016, lo potrei definire un anno ambiguo, almeno per me. Dal punto di vista personale, non è stato un anno malvagio. Dal punto di vista lavorativo, un disastro. Tanto stress, tanta stanchezza, meno libri letti e meno post scritti.

Non mi aspetto grandi cose dal 2017, ma ho una determinazione: scrivere di più, ovvero non far passare mesi tra un post e l’altro. Un buon proposito che ho intenzione di mantenere (forse :-P).

Parlando di 2016, ho deciso di recensire l’ultimo libro letto nell’anno appena passato. E devo dire che è stato un buon modo per finire il bellezza l’anno 2016 letterario.

Il Passato è una Bestia Feroce – Massimo Polidoro

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Di Massimo Polidoro conoscevo gli scritti divulgativi, molto interessanti e dettagliati. Non avevo mai fatto la conoscenza di Massimo Polidoro romanziere, almeno prima di leggere questo romanzo.

All’inizio, devo ammetterlo, ero scettica. Non sempre lo scrittore divulgativo riesce bene nel ruolo di romanziere. E le prime pagine del romanzo mi facevano propendere per questa idea. Le ho trovate infatti lente, inutili, banali. Non mi piaceva il linguaggio, pur essendo il linguaggio schietto e diretto che tutti gli scrittori moderni dovrebbero usare, per avvicinarsi di più la lettore tipo. Poi… poi la musica è cambiata. Il ritmo è diventato incalzante, gli indizi si sono fatti sempre più interessanti. Ogni volta che sembrava di avere tra le mani il vero colpevole, ecco che l’autore mischiava le carte in tavola, facendoti ritornare al punto di partenza.

E poi… la rivelazione finale (che ovviamente non descriverò, per non fare spoiler), che potrebbe essere descritta più o meno così: le apparenze ingannano sempre. E quando pensi che una situazione o una persona siano innocui, è li che dovresti invece tenere la guardia alta. E questo lo scoprirà a sue spese il protagonista del romanzo, Bruno Jordan, giornalista determinato che si caccerà in un bel guaio (che ovviamente non descriverò, sempre per motivi di spoiler).

Non è un thriller estremamente truculento, e rivela un finale inaspettato. Eh già, Polidoro non ci lascia mica tirare un sospiro di sollevo: proprio quando si comincia ad abbassare la guardia, quando si pensa che “tutto è bene ciò che finisce bene”, si sente la terra tremare sotto i piedi!

Mi è piaciuto, lo devo ammettere. Mi è piaciuta la risoluzione del caso, il finale del giallo che non è banale. Ma… si, c’è un ma. Purtroppo anche il  nostro romanziere è caduto un piccolo cliché, tipico di molti thriller. **** ATTENZIONE: PICCOLO SPOLIER***

La collaborazione tra Bruno Jordan e il maresciallo Piras doveva proprio finire nella classica storia d’amore e sesso (anche se solo sfiorato)? E anche quando alla fine l’autore ci mette una toppa (che mica può finire così!), trovo la soluzione forzata e troppo brutale.

Parliamo poi del titolo. Ecco non ho capito molto bene il perché de “il passato è una bestia feroce”. Questo titolo mi aveva fatto presagire una storia truculenta, sanguinaria, che poi tale non si dimostrata. Anche se il finale ci mostra una situazione angosciante, da cui lo stesso autore deve aver tratto spunto da fatti di cronaca (nessuno spoiler qui).

Per il resto, una lettura piacevole. Consigliato? Si, per chi ama un piccolo “depistaggio” rispetto alla trama dei thriller comuni.

 

Non sempre le gialli escono con il buco (mentre alcuni escono divinamente perfetti)

Stavo guardando la data del mio ultimo post e la vergogna ha preso il sopravvento: due mesi senza scrivere una riga. E’ stato un periodo piuttosto movimentato. Tensioni al lavoro, internet che non funzionava. O meglio, funzionava quando io non ne avevo bisogno e, la sera, magicamente, smetteva di fare il suo dovere. Dire che una linea analogica sarebbe stata più veloce è pura realtà.

Il post era già pronto un mese fa. Poi aggiornato e opportunamente revisionato al fine di rispecchiare la realtà di lettura. Da qui, il titolo.

Non sono stati due mesi particolarmente intensi dal punto di vista lettura. Da fine agosto ad oggi ho letto solo sei libri. Ora, ad un passo dal raggiungimento dell’agognato traguardo di trenta libri annuali, posso finalmente tirare un sospiro di sollievo… e le somme.

I mesi di agosto/settembre/ottobre, ad accezione del libro “l’ultimo ballo di Charlot (che recensirò nel prossimo post, internet e voglia permettendo), è stato per me il periodo del giallo. Mi sono trovata tra le mani libri che, forse, pochi anni fa avrei schifato come la peste, ma che si sono rivelati delle piacevoli sorprese. E, uno in particolare, nonostante l’entusiasmo iniziale, che si è rivelato una delusione totale. In questo post recensirò il migliore e il peggiore di questa serie.

  1. I giovedì della signora Giulia – Piero Chiara

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Il fatto che ignorassi l’esistenza di un talentuoso e prodigioso scrittore quali Piero Chiara, mi riempie di tristezza e vergogna. Avevo questo libro nella mia spropositata coda di lettura (per favore, non chiedete) da parecchio tempo e non avevo mai avuto il coraggio di prendere questo libro tra le mani, ed assaporarne la storia. Leggere quelle pagine è stata come una specie di epifania Joyciana.

***ATTENZIONE SPOILER***

Chiara è un abile manipolatore di parole, in questo giallo dal sapore strano e indecifrabile. Si, abbiamo la vittima, una scomparsa, una ricerca che risulta vana fino a quando la vittima non ricompare, anni dopo, quando ormai nessuno più la cerca. E, soprattutto, nel punto più impensato e più vicino possibile. Ed è qui che il racconto comincia a farsi ancora più interessante. Perché non abbiamo solo un assassino, ma ben due. O meglio, due potenziali assassini. L’uno che accusa l’altro. Sia l’uno che l’altro avevano ottime ragioni per far fuori la signora Giulia (il marito, cornuto e mazziato, e il custode innamorato (forse) respinto). E qui che viene fuori tutta la maestria del Chiara scrittore. Come un prestigiatore che mescola le sue carte, il nostro autore mescola le carte delle indagini. Si, perché entrambi i sospetti dicono esattamente le stesse cose. Solo accusando l’altro. E la polizia, confusa, non può far altro che soccombere.

Un giallo senza colpevole, o meglio con due possibili colpevoli, ma di cui nessuno viene assicurato alla giustizia, lasciando il lettore nel dubbio su chi sia stato il vero assassino della signora Giulia.

 

2. Nero di Luna – Marco Vichi

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Una totale delusione, invece, è stato questo romanzo di Marco Vichi, che mi ha convinto che mai e poi mai leggerò un altro suo romanzo in vita mia.

La quarta di copertina mostra quanto un buon marketing possa far passare per buono e innovativo anche il peggior scritto. La storia ha il sapore di essere una via di mezzo tra l’horror e il giallo. Non è ne uno ne l’altro.

I personaggi sono banali, le situazioni sembrano tirate per i capelli, a partire dall’inizio, dove l’amico morente del protagonista affitta una villa in campagna che, puntualmente, finisce nelle mani di Emilio Bertazzi, il nostro protagonista, sedicente scrittore di successo (un alter ego del nostro autore?). Già partendo dal nostro protagonista, ci troviamo di fronte ad un personaggio piatto, stupido, fastidioso e arrogante, oltre ad essere un inguaribile maschilista. Conosce una donna, Camilla, e subito decide che deve farla sua, costi quello che costi. Vogliamo poi parlare di Camilla? Fastidiosa quanto il nostro Emilio. I dialoghi tra i due, che dovrebbero essere comici, sono in realtà la cosa più fastidiosa che abbia mai letto. Le situazioni in cui si trova il nostro protagonista sanno di falso e stereotipato. I personaggi che lo circondano sono penosi cliché presi in prestito da ben più fortunati racconti e rivisitati in maniera pessima.

Il ritmo del romanzo è lento, noioso, non succede praticamente niente. Ad un certo punto, ho pure desiderato mollare tutto e passare ad un libro di qualità migliore. Non esistono colpi di scena, ci sono un sacco di scene senza senso, situazioni che non vengono mai totalmente spiegate (chi è l’individuo misterioso che si aggira nelle campagne di notte? La povera Rachele, povera donna un pò matta nipote della ricca signora del luogo? il misterioso e sboccato avventore che Emilio incontra due volte in un bar? Un povero ritardato mentale che vive con le monache?), il tutto condito con uno stile che sa molto di riso in bianco scotto e scondito.

I temi affrontati, dal tradimento, all’amore, all’omicidio, alla violenza sessuale, vengono appena sfiorati, pure malamente, e non approfonditi.

E poi, vogliamo parlare dell’omicidio, raccontato in modo scialbo e frettoloso dalla vecchia signora (di cui non ricordo nemmeno il nome, per giunta) nipote di Rachele? vogliamo parlare del modo in cui la madre di Rachele è stata uccisa? Ve lo giuro, quando l’ho letto, ho riso per almeno quindici minuti! Un modo tanto assurdo e, soprattutto, tanto impossibile non poteva esistere. Sicuramente il nostro autore voleva darci un modus operandi originale. Ci ha invece rifilato una barzelletta.

Un omicidio senza il colpevole in galera, uno scrittore fallito, una donna all’apparenza irraggiungibile ma che alla fine si scopa (usando le parole dell’autore).

E poi vogliamo parlare del linguaggio? Volgare, banale, insipido, totalmente privo di lirismo. Mi spiace signor Vichi, ncs: non ci siamo. Sei riuscito a bruciare la mia voglia di leggere altri tuoi libri. Peccato.

Stategli lontano. A meno che non vogliate sentirvi male. Ma, alla fine, è solo un consiglio.

 

In Pillole

E anche le vacanze estive sono terminate. Domani si ricomincia (ed è meglio che non penso a cosa troverò al lavoro o mi viene l’ansia). Ma sono state un toccasana e soprattutto un momento per dedicarmi di più alla lettura.

Visto che è  più di un mese che non scrivo, ho deciso di fare veloci recensioni sugli ultimi libri letti, giusto per rendere l’idea.

  1. Una bambina Sbagliata – Chyntia Collu

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La quarta di copertina descriveva il romanzo con parole troppo lusinghiere. Se ben scritto da un punto di vista stilistico e grammaticale, purtroppo non ho gradito la storia. Troppo noiosa, troppo banale. Già l’avvio è dei più usati: la morte del padre per descrivere la propria vita fatta di dolori e di rivalse nella Milano degli anni Sessanta e Settanta. Non brutta, ma purtroppo noiosa. Ho fatto fatica a finirlo.

2. Maigret si Commuove – Georges Simeon

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Un’altra storia di Maigret, ben scritta e diretta, tipico stile di Simeon, che io adoro. Una storia semplice ma dove il delitto, seppur sbagliato, nasconde un’altra ragione. E quello che si credeva banale, non ho è affatto. E, forse, si arriva quasi a provare pena per l’assassino (spero di non aver spoilerato troppo).

3. L’altro capo del filo – Andrea Camilleri 

L'altro capo del filo

Montalbano è tornato. Anche se affetto dalla “vecchiaglie” non perde mai un colpo. Ma a Vigata non sono giorni felici. L’arrivo incessante di navi cariche di profughi rende le notti del commissario pesanti ed interminabili. Un fiume umano, in cerca di salvezza da  un mondo in guerra.

E tra uno sbarco e l’altro, con l’aiuto del professor Osman e Meriam, Montalbano riesce anche ad aiutare una giovane profuga  vittima della violenza degli scafisti.

Ma è proprio in questo momento delicato che capita “l’ammazzatina”: è Elena, la simpatica sarta del paese, dal quale Montalbano si stava facendo confezionare un abito su insistenza dell’eterna “zita” Livia. Un brutale assassinio, a cui nessuno riesce a darsi una spiegazione. Ed ecco che  Montalbano deve tornare ad indagare, andando ben oltre la sua giurisdizione.

Un romanzo che riesce quasi a toccare la bellezza dei primi Montalbano, fortemente attuale.

4. Le case Meldette – AAVV

le case maledette

Il primo amore non si scorda mai. Almeno per quanto riguarda generi letterari.

Affamata lettrice di storie del paranormale, da adolescente divoravo qualsiasi libro sull’argomento. E scrivevo anche molto, di fantasmi.

Questa raccolta non è malaccio. Le prime due storie sono molto avvincenti, ben scritte e intriganti, pur seguendo lo stereotipo della casa maledetta.

Le ultime due mi hanno lasciata un pò perplessa, specialmente l’ultima, che di senso non ne aveva alcuno. Ad ogni modo, rimangono pur sempre dei chiari esempi di letteratura del soprannaturale classica, uno stile purtroppo perduto da tempo.

5. Lo strano caso del cane ucciso a Mezzanotte – Mark Haddon

Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte

Christopher Boone ha 15 anni, ma non è un ragazzo normale. Soffre della Sindrome di Asperger, una forma di autismo. Adora la matematica e la fisica, gli animali. Quello che non comprende, sono gli altri uomini.

Un giorno trova il cane della vicina morto, trafitto da un forcone. Decide di improvvisarsi detective e scrittore di gialli. E indaga, apertamente, contro il parere del padre, che non vuole assolutamente che il figlio parli con i vicini. Ma cosa nasconde tutto questo? Ed è vero che la mamma di Christopher è morta di infarto? E come mai loro e  la vicina, la signora Shears, non sono più amici? Christopher continuerà ad indagare, anche se quello che scoprirà sarà molto di più che “l’assassino” del cane della signora Shears.

Un libro scritto dal punto di vista di un malato di Asperger. Logico ma al tempo stesso sconclusionato, quasi allucinato, che da un senso di ansia e impotenza. Un viaggio nella mente di un malato che il mondo vuole non vedere, che considera forse ritardato, autistico e da evitare. Un libro che ci proietta nel corpo di Christopher e ci fa capire quando sia difficile, a volte, stare al mondo quando si è “diversi”. E quanto i “normali”, alla fine, siano proprio loro i “diversi”. Senza eccezione alcuna.

 

Come tutto ebbe inizio

Ve l’ho gia’ detto che mi piace Georges Simeon? Il suo stile asciutto, diretto, senza stupidi fronzoli e inutili ridondanze? Per me Maigret e’ stata una piacevole scoperta, specialmente in questo momento, in cui mi sto appassionando molto al giallo (anche in vista di un futuro romanzo del genere 😉 )

Questo romanzo mi e’ capitato sottomano durante una delle mie tante incursioni piratesche presso le librerie di zona, durante i miei ritorni in patria, per obiettivo vacanze. L’ho visto li, con la sua bella copertina gialla, che mi guardava come per dire “lo so che muori dalla voglia di leggerrmi”. Che dovevo fare? Ho ceduto alla “violenza”.

Questo e’ un romanzo che narra la vita di Maigret prima che diventasse il celebre commissario, scritto dopo i famosi romanzi ma orientato alle origini.

la prima indagine di Maigret

Maigret non e’ ancora commissario, ma un giovane segretario del commissario di zona. Relegato a svolgere mansioni secondarie, all’ombra del suo capo, guardato dall’alto verso il basso dagli ispettori del suo distretto e non solo, una notte del 1913 gli capita per le mani il caso che, forse, cambiera’ la sua monotona vita di poliziotto. Un giovane flautista arriva in commissariato denunciando un omicidio. Dice di aver sentito un urlo di donna chiamare aiuto e un colpo di pistola. Solo che quando Maigret si trova di fronte al luogo del “delitto”, il giovane si rende subito conto che le cose non saranno cosi’ semplici. E per due motivi: primo, la famiglia coinvolta e’ una delle piu’ importanti Parigi (nonche’ amici intimi del suo commissario). Secondo, il cadavere non si trova.

La prima indagine di Maigre giovane e’ un crescendo di indizi e insabbiamenti, prove celate e false, ubriacature e botte in testa. Ma soprattutto un indagine che mette in mostra quando il potere del denaro e politico possa influire sulla soluzione di un caso e quanto la polizia sia disposta a chiudere non uno, ma entrambi gli occhi se gli indiziati possiedono molti quattrini.

Vedremo un Maigret umano, fragile, determinato e frustrato di fronte al muro di omerta’ che lo circonda. Disposto a tutto, pur di risolvere il caso. Anche di rischiare la sua stessa vita.

Che dire? Un bellissimo esordio, giovane Maigret!

Ora non mi resta che leggere tutte le decine di romanzi su Maigret. Credo ci mettero’ un po’. Ma non ho fretta, io 🙂

 

The Final Journey

The sliding door of the railway truck closed with a deafening clang

the final journey

 

***ATTENZIONE SPOILER***

Cosi’ inizia il viaggio di Alice, undici anni, quasi dodici. Cosi’ comincia il viaggio di migliaia di Ebrei, vittime della follia nazista.

Non sa niente, Alice. Sa della guerra, ma questo e’ tutto. Crede che i suoi genitori siano andati in clinica a curarsi, Alice. E non li ha piu’ rivisti tornare. Ed ogni volta che domanda ai nonni quando mamma e papa’ torneranno, la loro risposta e’ sempre vaga.

Poi arriva quel giorno in cui uomin in divisa vengono a prenderli, e li trascinano su quel treno. Destinazione sconosciuta.

E’ un libro breve, questo, ma ricco di intensita’. Un libro che si fa fatica a leggere, per alcuni tratti. Si sente quasi lo sferragliare del treno, il rumore sordo delle rotaie. E poi la fame, la sete, il caldo, il terribile olezzo degli escrementi. E poi la morte. Nemica onnipresente, quasi ad annunciare quello che aspetta Alice alla fine di quel viaggio allucinante.

Un viaggio di crescita. Il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, alla consapevolezza dell’orrore, della morte. Sale bambina, Alice, su quel treno. Ci sente quasi donna. Traumatizzata, indurita da quel viaggio all’inferno.

Il finale, aperto, non lascia certo speranza nel lettore. Perche’ non esiste la speranza, nei campi di concentramento. E le braccia aperte di Alice, in attesa dell’acqua che scrosci su di lei, purificandola, sono simbolo di un triste presagio, che non puo’ non attanagliare il lettore.

Un po’ vago, in alcuni punti. E soprattutto dal vago sapore di deja-vu nella scena in cui Alice racconta della sua vita nello scantinato di casa sua e della misteriosa defezione che ha fatto arrestare lei e i nonni.

Questo libro, purtroppo, non e’ reperibile in lingua italiana. Ed e’ inoltre l’unico tradotto inglese dell’autrice tedesca Gudrum Pausewang. Ne consiglio comunque la lettura, come ennesima testimonianza, indiretta, dell’orrore nazista. Senza pretese di totale veridicita’ storia. Senza il pathos freddo del superstite. Per narrare. Per non dimenticare.

 

Mai una delusione

E rieccomi sul mio vecchio, caro blog, a parlare finalmente di libri. E ne ho letti tanti, dall’ultima recensione. Alcuni mi hanno lasciato qualcosa, altri un po’ meno. Per altri, semplicemente, non me la sentivo di fare una recensione.

Posso parlare della mia nuova “scoperta”, Georges Simeon, di cui ho apprezzato “Il defunto Signor Gallet”. Mi e’ piaciuto il suo stile asciutto, diretto, senza fronzoli e realista. Maigret e’ un uomo vero dei suoi tempi, non ama le smancerie e la poetica. Va dritto al sodo, ragione, e risolve il caso. Senza far sfoggio della sua intelligenza. Senza nascondere le sue inimicizie. E visto che Simeon ha scritto decine e decine di libri sul mio nuovo ispettore preferito (da annoverare tra Montalbano e Publio Aurelio Stazio), credo che vedrete molte recensioni sul nostro Maigret, su questo blog.

Ma ora passiamo al titolo di questo post. Si, perche’ Danila Comastri Montanari non e’ mai una delusione. E, come e’ successo in passato, ho apprezzato molto questo ultimo libro letto, “Scelera”, dove troviamo non una, ma ben tre indagini del Senatore Stazio.

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In vacanza a Baia, una delle piu’ rinomate localita’ balneari della Roma Imperiale, Stazio vuole riposarsi. Si e’ allontanato apposa dall’Urbe, per non avere a che fare con morti e omicidi. Ma sembra che non ci sia pace per Aurelio e gli omicidi lo “seguono” anche negli stabilimenti balneari piu’ in di Baia.

E’ proprio vero che a uccidere il vecchio Perpenna e’ stato Decimo, il piu’ tardo dei suoi nipoti? Possiamo prendere come prova di colpevolezza la corda di una trottola usata per strangolare il vecchio paterfamilias, solo perche’ il povero Decimo si baloccava con esse?

E cosa si nasconde dietro il brutale omicidio di Aulo Emiliano? La moglie e’ veramente questa prova vivente della virtus romana?

Chi ha ucciso Caio, capo-popolo, antesignano dei moderni sindacalisti? E’ stato solo un incidente, o c’e’ dietro qualcosa d’altro, qualcosa di piu’ losco?

E che fine ha fatto la piccola Lelia, figlia quattordicenne di Lelio Lampronio? Fuga volontaria od omicidio premeditato? E se non fosse colpa della fanciulla, la sua fine? E se dietro questo omicidio si nascondesse qualcosa d’altro, qualcosa sepolto dalle sabbie del tempo, una storia che si tinge di tinte fosche e scabrose?

I libri di Danila Comastri Montanari sono sempre di semplice lettura, ricchi di aneddoti riguardanti la vita dell’Impero e mai noiosi. Si leggono velocemente, facilmente. Un libro ideale se si vuole riposare la mente e ci si vuole divertire. I rimanenti romanzi, li ho gia’ messi nella mia lunga coda di lettura 😛

E per concludere, una citazione, giusto per concludere in bellezza la giornata:

No matter what our personal circumstances may be, if we ourselves become a source of light, then there will be no darkness in the world.

Non importa quali siano le nostre circostanze personali, se noi stessi diventiamo fonte di luce, l’oscurita’ sparira dalla terra. 

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